a cura di Romina Ciulli e Carole Dazzi

Le opere dell’artista francese di origine serbo-russa Mira Maodus sono caratterizzate da complesse interazioni tra forme e colori, sovrapposizioni di segni e numeri, dando vita a delle vere e proprie narrazioni visive dalle atmosfere oniriche e vibranti. La sua ricerca, infatti, si concentra sull’essenza stessa del modus artistico, con l’obiettivo di svincolare le costrizioni del segno in un contesto creativo libero e universale. Il suo percorso professionale, che si è evoluto dal figurativo all’astratto, include l’esperienza durata circa cinquant’anni nell’Atelier 11 di Parigi dove, attraverso vari racconti e testimonianze, è rimasta influenzata dalle suggestioni lasciate in eredità da artisti del calibro di Amadeo Modigliani, Chaim Soutine e Costantin Brancusi. Le sue opere sono state esposte in gallerie e mostre di paesi come l’Italia, Francia, Gran Bretagna, Stati Uniti, Cina, Russia, Canada, ecc. Parliamone con l’artista.

La tua pittura inizialmente è stata influenzata dall’espressionismo tedesco e da un fauvismo di impronta matissiana, focalizzandosi dunque su una struttura più figurativa. Successivamente si è indirizzata sulle possibilità creative di forme e colori, alla ricerca di un qualcosa di profondo volto a riflettere su dinamiche culturali sia personali che collettive. Puoi raccontarci come è avvenuta questa evoluzione?
È stata Parigi a trasformare profondamente il mio percorso, portandomi dal figurativo all’astratto. All’inizio ero molto influenzata dall’espressionismo tedesco, ma durante gli studi all’Accademia di Venezia una mostra di Matisse e Derain mi colpì al punto da farmi decidere di andare a Parigi. Arrivai per studiare all’Académie e poi ci sono rimasta quasi cinquant’anni. Lì ho visto grandi mostre dell’avanguardia russa, come quelle dedicate a Nicolas de Staël e Natalia Goncharova, e ho conosciuto artisti ancora attivi come André Lanskoy.

Un momento decisivo fu quando lessi il carteggio tra Van Gogh e Gauguin: quelle lettere mi colpirono così profondamente che iniziai a trascriverne alcuni frammenti nei miei quadri, cercando di trasformare in colore la forza delle loro parole. Il mio gallerista parigino, Jean Claude Riedel, incoraggiò questa ricerca dedicandomi una mostra. Da lì ho cominciato a lavorare anche sul linguaggio, scrivendo nei quadri nella lingua della mia terra, in cirillico. Il passaggio all’astrazione però non fu immediato: per anni il figurativo e l’astratto hanno convissuto. Continuavo infatti a dipingere paesaggi fauve e scene di métro per una galleria giapponese con cui avevo un contratto, dove il mio richiamo all’espressionismo tedesco era molto apprezzato. Ma parallelamente approfondivo la mia ricerca sulle lettere, sul segno e sul colore.

Importante nel tuo percorso artistico è stata l’esperienza vissuta in Giappone, dove hai approfondito lo studio della calligrafia come forma d’arte. Ne è derivato uno stile pittorico nel quale le parole, gli ideogrammi, i numeri e i simboli distintivi di culture diverse si trasformano in linee armoniche e colori intensi, dando vita a opere narrative accattivanti, quasi irreali. In che modo il patrimonio tradizionale e linguistico rappresenta un veicolo per esprimere un messaggio?
Anche il Giappone ha avuto un’influenza importante. Un giorno, nella caffetteria di un museo a Tokyo, vidi un’opera di calligrafia giapponese appesa al muro. I grandi maestri dello shodō scrivono parole religiose o haiku con una forza e un’eleganza straordinarie. Dedicano un’intera vita alla perfezione di una sola lettera. In quel momento ho sentito, forse inconsciamente, che anch’io potevo fare qualcosa di simile con le mie lettere cirilliche: trasformarle attraverso il colore, fino a renderle non solo segni, ma immagini capaci di esprimere bellezza.

Per moltissimi anni hai avuto l’onore di lavorare nell’Atelier 11 della Cité Falguière di Parigi, punto di riferimento per la cultura dell’epoca, e che fra l’altro hai contribuito a salvaguardare. Infatti oggi è diventato un centro di ricerca dell’École de Paris, oltre a una residenza per artisti di tutto il mondo. Qui hai subito le influenze di figure illustri del panorama artistico che nel passato avevano frequentato questo luogo, fra i quali Soutine e Modigliani. Quest’ultimo realizzò all’interno di questo spazio l’opera Le cariatidi. Ci racconti questa parte della tua vita e in che modo questi artisti hanno influenzato il tuo processo artistico?
Non posso definirmi l’ultima rappresentante dell’École de Paris, come qualcuno ha scritto. Il mio legame con quel mondo è stato più sottile, quasi misterioso. Durante i miei studi a Milano ho collaborato al Catalogue Raisonné dei disegni di Modigliani, un artista che mi ha sempre affascinata. Nei suoi volti ho sempre riconosciuto qualcosa che mi era familiare: mi ricordavano le icone bizantine. Essendo di origine ortodossa, sono cresciuta circondata da quelle immagini sacre, e nei suoi ritratti, persino nei nudi, ho sempre percepito una sorta di velo di sacralità. Molti anni dopo ho esposto a Livorno, al Museo Giovanni Fattori, e ho scoperto che in città esiste una chiesa greco-ortodossa. Mi sono chiesta se anche lui, in gioventù, avesse visto qualche icona. Forse è solo una suggestione, ma certi legami sembrano attraversare il tempo. Anche a Parigi le coincidenze sono state sorprendenti. Studiavo nell’atelier di Yankel, il cui padre Kikoïne era amico di Soutine. Per lui, Soutine era quasi uno zio.

Alla Cité Falguière conobbi poi un’anziana signora che da giovane aveva lavorato nel bistrot dell’Impasse e che aveva conosciuto sia Modigliani sia Soutine. Mi raccontava che Modigliani era elegante e colto, quasi aristocratico, mentre Soutine era un selvaggio. A volte mi sono chiesta se non esistesse già un filo invisibile che mi legava a loro. L’atelier della Cité Falguière mi ha dato molto, anche se non senza difficoltà: era l’ultimo atelier storico di Montparnasse e molti lo desideravano. Ho però avuto la fortuna di incontrare Madame Rohal, vedova dello scultore Rohal, che mi permise di affittarlo. Quando, dopo quasi cinquant’anni è arrivato il momento di lasciarlo per tornare nella mia Belgrado, ho voluto con forza che restasse un luogo dedicato all’arte. Dopo anni di lavoro, con l’aiuto di Silvia Pampaloni, livornese come Modigliani, siamo riuscite a trovare le persone giuste. Oggi l’associazione L’Air Arts lo gestisce come residenza per artisti internazionali e centro studi dell’École de Paris. E finalmente è arrivato il riconoscimento di patrimonio di interesse artistico da parte della regione Ile de France. Un obiettivo che perseguivamo da decenni La mia determinazione viene forse da una parola serba: inat. È difficile da tradurre: significa insieme orgoglio, ostinazione e sfida. Forse è questa forza interiore che ha guidato tutto il mio percorso.

A proposito di Parigi, nel 2022 si è tenuta a Livorno la retrospettiva Mira Maodus, le fil rouge di Montparnasse, una mostra che si è riproposta di ripercorrere la tua carriera, dagli esordi figurativi all’astrattismo, dal cromatismo espressivo fino all’automatismo grafico, spesso ispirato alle poesie di grandi artisti internazionali come Rimbaud, Verlaine, Quasimodo. Com’è nata l’idea di questa celebrazione?
È nata grazie alla mia curatrice Silvia Pampaloni, che ha avuto l’idea di celebrare i miei ottant’anni con il progetto Celebrating Miramaodus, coinvolgendo gallerie e musei in cinque paesi del mondo che hanno accompagnato il mio percorso artistico. Sono state organizzate mostre a Parigi, Tokyo, Belgrado e Trebinje, grazie anche alla collaborazione della Galleria 73 di Belgrado e della 884 Art Gallery di Tokyo. Il momento centrale di questa celebrazione è stata però la grande retrospettiva a Livorno, al Museo Giovanni Fattori. Livorno, la città natale di Modigliani, che mi ha colpita profondamente per i suoi colori e il suo calore. Sono rimasta molto legata a questa città.

Nelle tue opere un aspetto fondamentale è rappresentato dal colore. L’armonia compositiva si basa infatti proprio sull’integrazione tra segni grafici e tonalità brillanti, vivaci, che contribuiscono a rendere questi lavori vividi, intensi, pieni di vitalità. Come scegli i colori? E ce ne sono alcuni che prediligi?
Rispetto ai colori potrei raccontare una piccola storia, forse un po’ infantile, ma per me significativa. Il pittore francese Guillain Syroux, un caro amico dei tempi di Montparnasse, disse al mio gallerista Jean Claude Riedel che nei miei quadri usavo troppo il rosso. All’epoca ero ancora figurativa e stavo dipingendo il ciclo delle foglie del Boulevard Montparnasse. Andavo spesso a comprare i colori nel negozio Adam. Il proprietario, in cambio di un mio quadro, mi vendeva i tubetti a olio. Io sceglievo giallo, blu, verde, il rosso… ma quando arrivavo alla cassa lui toglieva sempre il rosso. Il mio gallerista gli aveva chiesto di non vendermelo più. Così io attraversavo semplicemente la strada e andavo a comprarlo nel negozio di fronte. Il rosso resta il mio colore preferito, insieme agli aranci: danno alla pittura una vitalità che sento indispensabile. Le composizioni però non le progetto davvero, le “sento”. È difficile spiegarlo. Un quadro non nasce in un giorno, a volte ci vogliono anni, e lentamente capisco cosa manca e cosa deve ancora entrare nella composizione.

La mostra tenutasi a Firenze e intitolata La poetica del colore (2024) riflette sulla relazione intima tra pittura e poesia. Qui, inoltre, ritroviamo una palette intensa di colori con tonalità sovrapposte, in grado di esprimere la varietà complessa delle emozioni umane, soffermandosi non solo su aspetti individuali, ma anche sul senso di collettività degli individui stessi. E, in particolare, due opere ci raccontano al meglio l’esposizione: il polittico “Omaggio a Dante Alighieri” e “Flying” dedicato al poeta serbo Jovan Ducìc. Con che obiettivo è nato questo progetto?
La poesia è stata parte della mia vita fin dall’infanzia: ho imparato a leggere a quattro anni. Mio fratello, che era più grande di me di undici anni e studiava in città, quando tornava a casa portava sempre libri di poesia, e io li divoravo. Erano spesso poesie filosofiche di autori sloveni e croati. Arrivata a Belgrado, a scuola ho scoperto i grandi poeti serbi. Poi, in Italia, ho incontrato poeti italiani molto raffinati, capaci con una sola parola di aprire un intero mondo di luce. Leggere poesia è come entrare in un’altra dimensione: basta una parola, basta un verso. Per me la poesia è sempre stata più importante della prosa.

La vita dei poeti, d’altra parte, è quasi sempre difficile: penso anche a Dante, costretto all’esilio. Ma Dante non era soltanto un poeta, era anche un profeta. Per questo ho voluto dipingere la sua preghiera. Mi sono ispirata nei miei quadri anche alla poesia del poeta serbo Jovan Dučić. Sono cresciuta in un paese comunista, dove la religione era praticamente abolita. Dučić aveva scritto poesie molto spirituali, ma questa parte della sua opera non veniva pubblicata in quegli anni. L’ho scoperta più tardi e mi ha profondamente colpita. In fondo, nella vita, ognuno di noi almeno una volta ha chiesto aiuto al cielo nei momenti di disperazione. Nei suoi versi ho sentito una profondità che mi ha toccata davvero.
Parliamo infine di La mia bandiera (2025), una retrospettiva tenutasi a Pola in Istria, nella quale vengono esplorate tematiche legate all’identità, alla memoria e all’appartenenza, attraverso un linguaggio espressivo, simbolico, che racconta la nostra quotidianità. Credi che la pittura possa ancora rappresentare uno strumento di riflessione culturale?

Non ci avevo mai pensato fino a poco tempo fa. Recentemente, in Serbia, c’è stato un movimento quasi anarchico in cui venivano bruciate le bandiere. Ma ho avuto l’impressione che quell’anarchia fosse in qualche modo guidata da altri. Da bambina ho vissuto anni molto difficili, il passaggio doloroso da un regime all’altro: un periodo segnato da molte morti e da grandi traumi. Forse è per questo che i cambiamenti troppo repentini mi spaventano. Per me una bandiera non rappresenta tanto l’identità quanto la memoria. E senza memoria non può esistere cultura.

Molti nella tua carriera sono stati gli artisti che ti hanno influenzato. Oltre a quelli già citati, ce ne sono stati altri? E nel panorama artistico attuale c’è qualche nome che trovi interessante?
Oltre agli artisti che ho già citato, devo dire che tra gli artisti di oggi non sento molte influenze. Ho l’impressione che la pittura contemporanea attraversi una sorta di impasse. Oggi il successo di un pittore dipende spesso da un mecenate, da una fondazione, da qualcuno molto ricco che decide di sostenerlo, indipendentemente dal talento. Lo si vede bene anche nelle aste: non conta tanto la bellezza di un quadro, quanto la firma dell’artista che in quel momento è sostenuto dal mercato. Spesso, dietro questi gesti dei grandi collezionisti, non c’è una scelta artistica ma un investimento economico. L’arte è diventata, in molti casi, un oggetto di speculazione. All’inizio questo mi aveva quasi tolto la voglia di dipingere. Poi ho capito una cosa semplice: io dipingo perché ne ho bisogno. Dipingere è la mia vita, non un modo per fare soldi.

Che cosa ti aspetti ancora dal tuo futuro artistico?
Ho due o tre pittrici che considero dei veri idoli. Una è Pan Yuliang, un’artista cinese che viveva vicino a me a Montparnasse ed è morta negli anni Settanta. Negli anni Novanta una casa cinematografica cinese girò alcune scene nel mio atelier per un film dedicato alla sua vita, ed è stato allora che ho scoperto davvero la sua storia. Era una storia durissima: rimasta orfana a sei anni, fu venduta a un bordello come schiava. Fino ai nove anni serviva il tè, poi fu costretta a lavorare lì. A quattordici anni un nobile cinese la comprò e le diede la possibilità di studiare arte in Europa, a Roma. Più tardi si stabilì a Montparnasse. Oggi i suoi quadri vengono battuti alle aste di Hong Kong anche per dieci milioni di dollari. Un’altra artista che ammiro molto è Natalia Goncharova. Arrivò a Parigi all’inizio del Novecento ed era di famiglia ricca. Si racconta che quando andava al ristorante, artisti come Picasso si sedessero al suo tavolo per il grande rispetto che le portavano. Eppure, quando morì, al cimitero russo di Parigi c’erano soltanto quattro persone. Oggi anche un suo piccolo quadro vale milioni. Questo mi fa pensare che forse appartengo anch’io alla tradizione dei pittori “maledetti”, quelli la cui gloria arriva molto più tardi. Ma in realtà non dipingo per la gloria. Dipingo perché vorrei riuscire a fare un quadro che mi soddisfi davvero. Non ci sono ancora riuscita, ed è proprio per questo che continuo a dipingere ogni giorno con la stessa passione.