a cura di Valentina Biondini, appassionata di arte e letteratura

Mario Reviglione è stato un pittore, e un incisore, vicino al simbolismo, anticipatore del gusto déco, ascrivibile alla corrente del Realismo magico, e orgogliosamente in controtendenza rispetto allo stile dominante di inizio ‘900. Due sono i suoi soggetti prediletti: il paesaggio e il ritratto. Nel dipingere la natura attinge maggiormente alle tendenze simboliste di matrice belga e francese, evidenti nelle vedute di laghi nelle suggestive ore dell’alba e del tramonto, mentre nei ritratti si distingue per la sua totale originalità.

Negli anni ‘10 crea i suoi dipinti più intensi, tra i quali spicca Preludio lunare. Ricordo di viaggio (1914), entrato nella collezione della Galleria d’Arte Moderna di Torino, in cui il termine preludio presente nel titolo evoca una struggente sinestesia (accostamento di due parole che appartengono a sfere sensoriali diverse) fra pittura e musica, quest’ultima intesa come “l’unica arte capace di suscitare emozioni”. Sinestesia che torna in almeno altre due opere: Preludio (1916) e Intermezzo elegiaco (Pannello decorativo, 1922). Prima di lasciare spazio alla sua viva voce, conviene passare rapidamente in rassegna le tappe più salienti della sua vita e della sua opera.

Mario Reviglione nasce a Torino nel 1883, e il suo percorso artistico prende avvio proprio nella sua città natale che, sul finire dell’800, è uno dei poli più culturalmente e artisticamente fervidi e d’avanguardia dell’intera penisola. Si iscrive all’Accademia di Belle Arti che, però, abbandona dopo poco poiché in disaccordo con lo stile naturalista allora imperante all’interno dell’istituzione. Quindi, dopo aver preso le distanze dai linguaggi accademici che considera superati, entra in contatto con lo scultore Leonardo Bistolfi, tra i primi a introdurre nel capoluogo piemontese l’arte simbolista, e con altri esponenti dell’avanguardia torinese che gravitano intorno alla sua figura, come Felice Carena e l’incisore Carlo Turina. Ammirato dai suoi contemporanei, Reviglione svolge un ruolo decisivo nella formazione di un cenacolo di giovani artisti che, come lui, si oppongono alla cultura accademica e guardano con ammirazione al Simbolismo internazionale.

Del Simbolismo raccoglie le atmosfere sospese e fantastiche, giungendo alla definizione di un proprio linguaggio artistico originale, lontano dalle mode allora in voga e che trova anche il sostegno di numerosi critici. Nonostante la sua proverbiale riservatezza, la sua carriera espositiva comincia sin dall’inizio del nuovo secolo: l’esordio risale al 1903 a Torino presso la Promotrice delle Belle Arti. Nel 1906 è invitato alla Mostra del Ritratto a Milano (1906), e l’anno successivo espone alla Biennale di Venezia, dove partecipa a tutte le edizioni fino al 1922. Espone alla Quadriennale di Roma e alla Prima Esposizione d’arte della Secessione Romana (1913-1916) e a numerose mostre torinesi fino al 1942.

Alterna la pittura con l’incisione xilografica e collabora come disegnatore ad alcune riviste. Nel 1912, grazie al suo talento, viene invitato a esporre le sue incisioni all’Esposizione italiana di xilografia di Levanto, appuntamento che lo consacra come disegnatore e colorista di rango, apprezzato anche dalla critica. La sua indole timida e schiva lo porta, già a partire dalla fine del primo conflitto mondiale, a chiudersi sempre più in sé stesso, una condizione che si accentua ancor di più dopo la perdita dell’adorata Giuseppina Morganti, moglie e musa, tanto da finire per condurre, sul finire degli anni ’40, una vita di solitudine e miseria fino al 1965, anno della sua morte. Ascoltiamo le sue parole…

Vi starete chiedendo come ha fatto un artista apprezzato dalla critica, con al seguito un gruppo di artisti ribelli e con una lunga serie di importanti esposizioni alle spalle a ridursi così, non è vero? Beh, miei cari, io una risposta non ce l’ho. So soltanto dirvi che non sono né il primo né l’ultimo a cui la fortuna ha sfacciatamente voltato le spalle nel corso della vita. Una cosa però la so: la fortuna e tutti gli orpelli che la richiamano, come il successo e la moda, non li ho mai inseguiti. Ciò che ho fatto, sin dalla più giovane età, è stato inseguire la bellezza, cercando di catturarla nelle mie opere. Loro sapranno darvi testimonianza di ciò che vi dico, ammesso che le conosciate… In realtà non so se ci sono davvero riuscito, ma so di aver messo tutto me stesso nella ricerca di un ideale assoluto e intransigente che è stata la ragione della mia vita. E, a conti fatti, forse ne è stata anche la rovina…

Per il mio ideale di arte sono andato contro tutto: la morale imperante, i gusti e le mode del momento. Perennemente controcorrente. E irrimediabilmente solo. Ho sofferto dunque? Sì, materialmente e a volte anche spiritualmente, come quando è venuta a mancare la mia amante e musa. Tuttavia, tenacemente fedele all’amore per lei, tante volte sublimato nelle mie opere, e al mio credo artistico, almeno non ho mai tradito me stesso né altri artisti che in me riponevano fiducia. Ma basta parlare ora! Non ho più nulla da dirvi, tutto ciò che volete sapere su di me potete ben ricavarlo dalle mie opere, più sincere di tante vane parole.

Parallelamente all’isolamento in cui l’artista si chiude, anche la sua opera cade in un lungo oblio. Infatti, dopo l’ultima grande monografica a lui dedicata nel 1966, a cura di Italo Cremona e organizzata dalla Galleria Fogliato di Torino, si dovrà attendere l’entusiasmo e l’intuito di alcuni appassionati – tra cui Vittorio Sgarbi – che soltanto nel 2023 proveranno a riscattarlo dall’oblio in cui è stato ingiustamente confinato, organizzando una grande mostra negli spazi del MART di Rovereto, con l’esposizione delle sue 60 opere note provenienti da collezione pubbliche e private.