Open dialogues: Sara Zunino

a cura di Margaret Sgarra, curatrice di arte contemporanea

Courtesy set II

Sara Zunino è un’artista che, attraverso differenti media, esplora il legame che si instaura tra l’essere umano e i luoghi abitati e negati, occupandosi in particolar modo di tematiche riguardanti l’identità in relazione all’appartenenza o meno a un territorio.

All’interno della tua ricerca trova spazio la migrazione e la transitorietà. Cosa ti interessa di questa tematica, e perché ne hai fatto un tema di indagine?

Hand luggage

La mia ricerca su migrazione e transitorietà è iniziata alla fine del 2013. In quell’anno, a seguito del naufragio avvenuto a Lampedusa il 3 ottobre, la mia coscienza è stata scossa profondamente. Così ho iniziato a riflettere su quanto lo spostamento sia un atto esistenziale e su quanto limitare la libertà di movimento degli esseri umani sia una delle più grandi disuguaglianze contemporanee. Ho sentito di non poter più rimanere indifferente davanti alla ferita profonda dell’immigrazione, che è una delle questioni politiche, sociali e civili più centrali della nostra epoca, e che coinvolge il mio Paese, l’Italia, in modo diretto. In seguito a questa presa di coscienza, ho lavorato alcuni anni in progetti di alfabetizzazione per persone migranti, in particolare minori, e questa esperienza mi ha portato ad ampliare la mia riflessione, sia in ambito personale che artistico. Ho analizzato il mio vissuto individuale, cominciando a considerarlo sotto un punto di vista diverso. Tanti componenti della mia famiglia, nel corso di quattro generazioni, si sono spostati più volte attraverso l’Italia e, in alcuni casi, anche all’estero, ritrovandosi a vivere o a invecchiare in luoghi diversi da quelli in cui erano nati. Per questo motivo si sono portati dietro immaginari, tradizioni ed espressioni dialettali che si sono integrate con le nuove geografie, le nuove usanze e i nuovi dialetti. In questo modo hanno creato un bagaglio culturale composito che, tramandandosi, è arrivato a essere parte del mio patrimonio interiore. Io stessa mi sono spostata attraverso la nazione, prima a seguito delle scelte dei miei genitori, poi da sola per seguire i miei studi e le mie passioni. Mi sono ritrovata a sentire di appartenere a molti luoghi, ma allo stesso tempo di essere estranea a tutti. Ho sentito quanto l’appartenenza, o non appartenenza, a un luogo geografico sia fondamentale nella costruzione dell’identità.

Knick Knack

Come artista ti esprimi spesso attraverso l’installazione. Cosa ti affascina di questo tipo di linguaggio?

La mia formazione parte dalla scultura in senso classico. Ho lavorato con diverse tecniche e materiali tradizionali. Tuttavia, a un certo punto del mio percorso, ho sentito che l’utilizzo di questi medium non sempre era sufficiente per esprimere i concetti a cui stavo lavorando. Perciò ho iniziato a sperimentare l’installazione. Sento, infatti, che questo linguaggio mi permette di avere un rapporto più libero con gli elementi, spostando l’attenzione dall’oggetto al concetto che di volta in volta voglio rappresentare. Il materiale diventa così per me un mezzo con cui veicolare l’idea, e non l’elemento centrale delle mie opere. Credo che in gran parte il mio lavoro artistico stia nella ricerca, nel processo, che mi porta a racchiudere in una forma il risultato finale di un lavoro di indagine, che spesso porto avanti anche per parecchi mesi.

Courtesy set I

Il progetto Courtesy Set si esprime sotto forma di busta e parla di migrazione, di necessità, di oggetti e spostamenti. Cosa pensi che un artista dovrebbe portare sempre con sé?

Dal mio punto di vista, credo che un artista dovrebbe portare sempre con sé la capacità di cogliere i segnali. In questa epoca, infatti, tutto è potenzialmente un oggetto artistico. Pertanto è importante prestare attenzione e captare cosa supera l’esperienza individuale e diventa messaggio universale. Ritengo anche, come artista, che si dovrebbe sempre tenere presente il fatto che l’arte può essere un potente mezzo di comunicazione.

Geografia Umana, invece, parla del tuo rapporto con la tua città, Firenze. In che modo il luogo in cui vivi influenza il tuo lavoro?

Geografia Umana

Per rispondere a questa domanda per prima cosa devo fare una precisazione. Firenze non è la mia città. È la città in cui ho scelto di fermarmi, per svariate ragioni, ma non sono certa che rimarrò in questo luogo in modo definitivo. Questa premessa mi porta a spiegare la genesi di Geografia Umana. L’opera è nata dopo qualche anno che risiedevo a Firenze. In questo tempo limitato la città mi aveva già mostrato tanti aspetti e modalità diverse in cui essere vissuta. Ho riflettuto quindi sull’impossibilità di un luogo di avere un’unica identità, e su come i luoghi vengono plasmati dalle esperienze delle persone. In quell’occasione ho scelto la pratica del camminare per realizzare i miei percorsi, utilizzando il corpo per entrare in contatto con il luogo geografico. Al momento non credo che Firenze influenzi il mio lavoro in modo diretto, ma essendo una città di media grandezza con molte sfaccettature, mi permette di cogliere al suo interno molti spunti, stimoli e materiale di riflessione per portare avanti il mio percorso. Quindi, in conclusione, il mio rapporto con la città di Firenze è ancora vitale, e credo che possa essere ancora molto importante per me e per la mia espressione.

Ci sono degli artisti che ammiri?

Ci sono molti artisti che ammiro e che sono fonte di ispirazione per me. Per citarne alcuni, non in ordine di interesse o cronologico, Rirkrit Tiravanija, Tomàs Saraceno, Ai Weiwei, Luigi Ghirri e Barbara Iweins. Ma sono sicuramente molti di più!

Hand luggage, dettaglio

Dal tuo punto di vista di artista, quando un materiale diventa per te oggetto di studio e viene inserito all’interno dei tuoi progetti?

Come ho detto in precedenza, i soggetti principali dei miei lavori sono quei concetti e quelle suggestioni che, anche in senso ampio, colgo nella realtà che mi circonda, e che influenzano i comportamenti o l’opinione pubblica. Il materiale, dunque, appare nei miei progetti sempre in modo secondario, quando mi diventa chiaro il modo in cui vorrei veicolare l’idea. A questo punto del processo, quando individuo il materiale, inizio a manipolarlo in modo da rendere al meglio il concetto che intendo esprimere. Quindi direi che la scelta e l’azione sul materiale è l’ultimo atto dei miei progetti.

Plastic bag, portatraits

A cosa stai lavorando adesso e cosa vorresti fare in tempi brevi?

Al momento, come spesso mi accade, sto lavorando a più idee contemporaneamente. Sicuramente sto dando ancora spazio al progetto Courtesy Set, che non considero ancora concluso. Inoltre sto lavorando a un progetto inedito in cui vorrei andare ad approfondire la realtà dei “lavori invisibili”, e lo scarto che c’è tra la loro considerazione e il loro impatto sul funzionamento della società.