a cura di Margaret Sgarra, curatrice di arte contemporanea

Serena Ciccone è un’artista visiva che indaga l’effimero e il transitorio attraverso luci, trasparenze e colori. Le sue installazioni sono forme che si manifestano nello spazio, suggerendo immaginari onirici, fiabeschi e astratti. Ha partecipato a numerose mostre e progetti espositivi, ed è finalista del Combat Prize.
Al centro della tua ricerca troviamo l’installazione. Questo mezzo si va a integrare in contesti differenti, articolandosi nei vari luoghi, in modo da creare un vero e proprio dialogo. Puoi spiegarci il rapporto che si viene a instaurare tra opera e spazio all’interno del tuo lavoro?

In realtà, l’installazione non costituisce il centro della mia ricerca. La pratica nella quale mi riconosco maggiormente e dalla quale mi sento rappresentata è quella pittorica: mi definisco innanzitutto una pittrice. L’installazione nasce come una naturale estensione della ricerca che ho sviluppato sotto il titolo Sotto la superficie delle cose, un’indagine sulla relazione tra corpo e spazio, e sul modo in cui queste due dimensioni entrano in rapporto attraverso la materia. In questo senso, l’installazione rappresenta per me un’occasione per oltrepassare i confini della pratica pittorica e confrontarmi con lo spazio tridimensionale, affrontando di volta in volta le problematiche specifiche del luogo che accoglie l’opera. È proprio in questo passaggio che l’interesse per l’architettura assume un ruolo centrale nella mia ricerca. L’architettura, infatti, non si limita a costruire e organizzare lo spazio, ma contribuisce a determinarne la percezione e, attraverso questa, a influenzare il modo in cui l’individuo lo abita, lo attraversa e si relaziona agli altri. Lo spazio diventa così anche uno strumento attraverso il quale si costruiscono esperienze individuali e forme di comunità. È a partire da questa consapevolezza che considero fondamentale la relazione tra opera e spazio. Il mio intervento non si esaurisce, quindi, nella realizzazione dell’opera in sé, ma si compie nel momento in cui l’opera entra in dialogo con il luogo che la ospita e con il corpo di chi lo attraversa. È questa relazione (opera, spazio e corpo) a essere, in definitiva, uno degli aspetti centrali della mia ricerca.

Alcune tue opere a carattere installativo sembrano andare incontro al fruitore. Pensi che il fruitore abbia un ruolo nell’interpretare i significati, o c’è una tua tendenza a suggerire delle risposte?
Il fruitore costituisce appunto il terzo elemento fondamentale della relazione tra opera e spazio: esso è il corpo. È attraverso la sua presenza che l’opera si compie. Senza il corpo che la attraversa, la osserva e la vive, essa rimane necessariamente incompleta. Il rapporto con il fruitore rappresenta quindi un’ulteriore dimensione della mia ricerca. Non mi interessa offrire risposte univoche, né indirizzare necessariamente l’interpretazione dell’opera verso un significato prestabilito. Al contrario, considero le mie opere come dispositivi aperti, capaci di accogliere una molteplicità di interpretazioni e di significati, che si attivano nell’incontro con il vissuto, la memoria e l’eredità personale di chi ne fa esperienza. L’opera diventa così uno spazio di possibilità, nel quale il significato non è completamente determinato dall’artista, ma si costruisce anche attraverso l’esperienza del fruitore. Una parte della mia ricerca consiste proprio nell’osservare e interrogare questa relazione: come il fruitore si rapporta all’opera, come il proprio corpo ne attraversa lo spazio e, soprattutto, fino a che punto l’opera riesce a entrare in relazione con chi la incontra.

Nella tua ricerca, la luce e la trasparenza assumono una valenza scultorea. Puoi spiegarci come nasce un tuo progetto e quali sono il punto di inizio e quello di fine?
Assolutamente, luce e trasparenza sono elementi fondamentali della mia ricerca e derivano direttamente dalla mia pratica pittorica. Il lavoro installativo nasce, infatti, come una sorta di trasposizione tridimensionale della pittura, ovvero ciò che nel quadro avviene attraverso trasparenze, velature e stratificazioni, nell’installazione viene portato nello spazio e messo in relazione con la materia, con la luce e con il corpo. In questo il tulle è stato un materiale sorprendente e molto versatile. In questo processo, la luce ovviamente assume un ruolo attivo. Non è semplicemente un elemento che illumina l’opera, ma entra a tutti gli effetti nella sua costruzione e nella sua percezione. Attraverso la luce indago la materia, le sue particelle, la possibilità che essa si dissolva, si sovrapponga, si renda visibile o, al contrario, sfugga alla percezione. La luce diventa quindi uno strumento attraverso il quale continuare, nello spazio, quella ricerca sulla superficie e sulla profondità che appartiene alla mia pittura. Non credo ci sia, nella mia ricerca, un vero punto di inizio o un punto di fine. La considero piuttosto come un processo in continuo divenire, orientato verso una ricerca quasi spasmodica di una verità che, tuttavia, non si offre mai come qualcosa di definitivo.

È una ricerca che tende a entrare e uscire dal quadro, dalla pittura all’installazione e nuovamente dalla dimensione tridimensionale a quella pittorica. L’installazione diventa così un dispositivo di presenza, un modo per portare la pittura oltre i suoi stessi confini e verificarne le possibilità nello spazio. Per questo non penso alla conclusione di un’opera come alla conclusione della ricerca. Un lavoro può avere un inizio e una fine nel momento concreto della mostra, che rappresenta una sorta di atto unico capace di condensare e rendere visibile un determinato momento del mio percorso. Ma la ricerca non si esaurisce lì. Ogni opera rimane una tappa, una manifestazione temporanea di un processo che continua a trasformarsi. La fine, in questo senso, non c’è. C’è piuttosto un continuo divenire.
Hai degli artisti di riferimento a cui ti ispiri? Cosa ti ha colpito di loro?

Lo studio del Bauhaus e degli artisti che hanno animato la scuola negli anni Trenta è stato fondamentale nella mia formazione. È stato proprio attraverso il confronto con quella esperienza che ho iniziato a individuare con maggiore chiarezza le connessioni tra pittura e architettura e, attraverso queste, tra spazio, individuo, comunità e dimensione politica. Tra gli artisti che hanno avuto un ruolo importante nel mio percorso non posso non citare Paul Klee, soprattutto per il modo in cui la sua ricerca ha saputo mettere in relazione forma, spazio e percezione, e anche per la sua ricerca spirituale, volta a cercare una realtà non visibile. Nel tempo, tuttavia, il mio lavoro si è progressivamente distaccato da queste influenze, trasformandole in interrogativi più personali. L’installazione, in particolare, nasce anche da una domanda che mi sono posta intorno all’architettura: che tipo di spazio avremmo se fosse stato pensato a partire da un’esperienza femminile? La storia dell’architettura occidentale è stata prevalentemente costruita e progettata dagli uomini, e questo mi ha portato a immaginare un’architettura diversa, più permeabile, capace di favorire uno scambio continuo tra interno ed esterno, tra individuo e ambiente, tra spazio privato e spazio collettivo. È una riflessione che non intendo proporre come verità assoluta, ma piuttosto come una possibilità, una visione attraverso cui interrogare il modo in cui lo spazio viene progettato e, di conseguenza, il modo in cui noi lo abitiamo. Mi interessa chiedermi se una diversa esperienza dello spazio possa generare anche diverse forme di relazione e di comunità. Tra gli artisti viventi, una figura imprescindibile nel mio percorso è Alfredo Pirri, che è stato anche mio professore. Il suo insegnamento è stato fondamentale non solo per aiutarmi a individuare e sviluppare il mio linguaggio pittorico, ma soprattutto per fornirmi gli strumenti necessari per guardare alla realtà come a qualcosa da interrogare continuamente. Attraverso il suo lavoro e il suo insegnamento, ho maturato l’idea dell’arte come strumento di conoscenza, come possibilità di indagare la realtà oltre ciò che è immediatamente visibile e, in questo senso, anche come forma di esperienza spirituale. È un’attitudine che sento ancora profondamente presente nel mio lavoro: l’arte non come risposta, ma come possibilità di conoscere, mettere in discussione e rendere visibile ciò che ancora non comprendiamo pienamente.
Come artista quali sono i tuoi obiettivi e cosa stai cercando attraverso l’arte?

È una domanda che mi mette sempre un po’ in difficoltà, perché non penso al mio lavoro in termini di obiettivi prestabiliti. La necessità di fare arte nasce, prima di tutto, da un’urgenza personale, da una forma di disagio, da un dolore e da una necessità profonda di comprendere ciò che mi accade e ciò che mi circonda. Con il tempo, però, attraverso la pratica e lo studio, questa esigenza individuale si è progressivamente aperta a una ricerca più ampia, che tende verso l’universale. Non so se questo sia qualcosa che riesco realmente a raggiungere, ma penso che sia questa la direzione verso cui tende il mio lavoro: partire da me stessa per cercare una connessione con ciò che mi è esterno, con l’altro e con il mondo. Potrei affermare che attraverso l’arte cerco me stessa, ma allo stesso tempo cerco di comprendere. È una concezione dell’arte come strumento di conoscenza e come dispositivo capace di stare dentro la vita, di confrontarsi con essa e di produrre una forma di esperienza. Credo molto anche nella capacità dell’arte di rivolgersi a chiunque, indipendentemente dal livello di preparazione o dalle conoscenze specifiche. A differenza di altre discipline, l’arte può agire direttamente sulla percezione, attraverso i sensi, e proprio per questo possiede una possibilità di accesso profondamente universale. Un’opera può essere incontrata prima ancora di essere spiegata, può generare una reazione, una sensazione o una domanda anche in assenza di strumenti teorici per interpretarla. È anche per questo che credo nel ruolo politico dell’arte. Non intendo la politica come la necessità di aderire esplicitamente a temi di attualità o di utilizzare l’arte come strumento per prendere posizione in maniera immediata. Penso, piuttosto, a una dimensione politica più profonda: la possibilità dell’arte di agire sulla percezione, di modificare il nostro modo di guardare e, attraverso questo, il nostro modo di stare nel mondo. Personalmente, intendo l’opera d’arte come a un dispositivo universale e, se vogliamo, ontologico. Uno strumento attraverso cui l’individuo può interrogare se stesso, entrare in relazione con l’altro e contribuire alla costruzione di una consapevolezza collettiva. Forse è proprio questo, allora, il senso ultimo del mio lavoro: partire da un’esperienza profondamente personale per tentare di trasformarla in qualcosa che possa appartenere anche agli altri.

Quali sono i tuoi prossimi progetti, e in che direzione sta andando la tua ricerca?
In questo momento sto cercando di rendere il mio lavoro sempre più concreto. Ho aperto la partita IVA e il mio studio. L’obiettivo è costruire progressivamente una pratica professionale che possa svilupparsi sia attraverso i canali di vendita che consentano di finanziare la mia ricerca, sia attraverso la creazione di occasioni e spazi di condivisione. Parallelamente, sto lavorando alla mia presenza espositiva. Parteciperò a Paratissima a Torino e sto cercando di definire una mostra a L’Aquila, in Abruzzo. Sono occasioni che sento importanti non soltanto per la possibilità di esporre, ma soprattutto perché mi permettono di mettere la mia ricerca in relazione con contesti e pubblici differenti. Anche sul piano della ricerca mi trovo in una fase particolarmente intensa. Sento riaffiorare con forza un interesse verso il macroscopico e, di conseguenza, un impulso a tornare al figurativo. È qualcosa che è ancora in una fase molto embrionale e che sto cercando di comprendere. Non so ancora quale forma prenderà, né in che modo si inserirà nel percorso che ho sviluppato fino a questo momento. Mi trovo quindi in una fase di grande transizione, forse ancora più che di definizione.