a cura di Carole Dazzi e Romina Ciulli

Il progetto artistico di Annalisa Parisii è un viaggio straniante tra le nuove possibilità creative offerte dall’arte generativa e le certezze della pittura tradizionale. Muovendo dalle atmosfere della Metafisica e del Realismo Magico, lo spazio della rappresentazione è un luogo familiare in trasformazione, sospeso e silenzioso. Uno spazio in cui lo spettatore è invitato a riflettere profondamente sulla propria esistenza e sulle certezze del quotidiano, incoraggiato ad immaginare nuove storie e dimensioni magiche.

Raccontaci di come sei diventata un’artista…
Ho iniziato a disegnare fin da bambina. Mi piaceva riprodurre le copertine dei fumetti Disney. Aspettavo con entusiasmo l’uscita settimanale per poter copiare la prima pagina. Mi affascinavano soprattutto i colori, le forme e i contorni marcati. Da lì ho continuato a disegnare, perché era qualcosa che mi apparteneva profondamente. Nel mio percorso ho frequentato l’Accademia di Belle Arti di Bologna e poi quella dell’Aquila, ma a un certo punto ho scelto di non proseguire in modo tradizionale. Ho preferito approfondire e sviluppare la mia ricerca artistica in autonomia.

Il tuo progetto artistico sembra seguire un continuum riferibile alla struttura stessa della narrazione. Sia che a essere rappresentato sia un personaggio, una situazione oppure un sentimento, si osserva questa costante tensione, un flusso ininterrotto che accompagna tutti i tuoi lavori e che crea un forte legame tra opere diverse. La connessione tra i colori che influenzano la percezione degli ambienti, la saturazione e la luminosità, la nitidezza enigmatica dei volti. Un’intensa riflessione sul liguaggio dell’arte, sulla percezione della realtà e anche sul legame stesso tra passato e presente. Come nasce e si sviluppa questa visione creativa?

La mia visione creativa nasce da un rapporto molto intenso con la pittura e con la storia dell’arte, ma soprattutto dall’esigenza di trasformare l’immagine in narrazione. Non un racconto lineare dunque, bensì un flusso di episodi, variazioni e ritorni. Anche quando cambiano i soggetti, ciò che mi interessa è mantenere un continuum percettivo, ossia la sensazione che ogni opera sia un frammento dello stesso mondo, un fotogramma della stessa storia che continua altrove. In questo processo, il colore è un vero dispositivo narrativo. Lavoro su saturazione, luminosità e rapporti tonali per costruire ambienti emotivi: spazi che sembrano familiari e, nello stesso tempo, leggermente disallineati. È lì che si genera la “tensione” che attraversa i lavori. Una calma apparente che lascia affiorare inquietudine, desiderio, attesa, ironia.

Anche le figure e i volti, quando compaiono, rispondono a questa logica: spesso sono nitidi, quasi iper-presenti, ma restano enigmatici, come se trattenessero qualcosa. Mi interessa quella zona sospesa in cui realtà e immaginazione si toccano senza spiegarsi del tutto. Un tempo intermedio, un “intervallo” abitato, che torna come tema e come metodo. Per questo sento affinità con il Surrealismo e con un certo Realismo Magico, ma anche con la cultura visiva più pop e con soluzioni talvolta più essenziali. Tuttavia, non come citazioni, bensì come strumenti per far convivere passato e presente, memoria e contemporaneità. In definitiva, questa visione si sviluppa come una ricerca continua sul linguaggio dell’immagine e sulla percezione: ogni quadro prova a tenere insieme ciò che vediamo e ciò che intuiamo, lasciando che sia lo spettatore a completare il racconto.

Nei tuoi lavori più recenti esplori le potenzialità dell’intelligenza artificiale e delle applicazioni del disegno digitale. Una forma d’arte complessa, caratterizzata dalla dualità tra opportunità creativa e sfida etico-professionale. Qual è il tuo rapporto con l’AI e cosa ti aspetti da questo nuovo stimolo creativo?

Il mio rapporto con ’AI nasce da una curiosità naturale e da una disposizione alla sperimentazione. L’ho avvicinata in modo spontaneo, ma molto presto ho capito che non era solo “un gioco”, bensì un territorio nuovo in cui far evolvere la mia ricerca. Nei miei lavori recenti la uso come ambiente di prova: uno spazio dove generare variazioni, ibridi, deviazioni narrative e “incidenti” visivi, che poi seleziono e rielaboro, spesso attraverso un passaggio di editing e costruzione dell’immagine, anche in dialogo con strumenti come Photoshop e workflow digitali. Quello che mi interessa è la possibilità di moltiplicare le ipotesi, vedere come un’idea cambia se sposto un dettaglio, se altero un’atmosfera, se porto un’immagine verso il metafisico, il pop, il minimale. In questo senso l’AI diventa una sorta di “camera delle possibilità”, che alimenta la mia continuità per serie e la mia attitudine a costruire mondi coerenti, pur attraversando soggetti diversi.

Allo stesso tempo, però, ho avvertito anche un limite importante: la velocità del processo. Spesso ho avuto la sensazione che questa rapidità rischiasse di andare a discapito di quella lenta elaborazione che, per me, è fondamentale, quella necessaria a costruire un dialogo intimo con l’opera. Nel mio percorso, infatti, il tempo non è solo un mezzo tecnico, ma parte integrante della ricerca. E’ nello stare dentro il processo, anche in modo lento, che si definiscono davvero il senso, la forma e la profondità di un lavoro. Per questo vivo l’AI come uno strumento molto interessante, ma da usare con consapevolezza, non come sostituzione del fare artistico, bensì come un nuovo stimolo creativo, un mezzo di esplorazione che può affiancare la pratica tradizionale, mantenendo però centrale la visione personale, la sensibilità e il tempo della riflessione.

Photoshop, software di modellazione 3D e intelligenza artificiale sono strumenti che vengono spesso utilizzati per creare opere digitali. Come impieghi queste tecniche e come riesci a integrarle agli elementi più classici della tradizione pittorica?
Nel mio caso, non utilizzo software di modellazione 3D. Lavoro principalmente con strumenti come Photoshop e con alcune applicazioni legate all’intelligenza artificiale, che impiego soprattutto come strumenti di post-produzione, di sperimentazione visiva e anche per elaborare bozzetti. Mi avvalgo delle loro peculiarità per intervenire sull’immagine, apportare modifiche, definire meglio alcuni passaggi, studiare variazioni e ampliare le possibilità di elaborazione. Per me, però, questi strumenti non sostituiscono il lavoro pittorico, lo accompagnano e, in alcuni casi, mi aiutano a mettere a fuoco intuizioni che poi trovano una forma più compiuta nella pratica artistica. L’integrazione con gli elementi più classici della tradizione pittorica avviene proprio in questo dialogo: da una parte ci sono gli strumenti digitali, che permettono rapidità e sperimentazione, dall’altra resta centrale la sensibilità pittorica, fatta di tempo, stratificazione, gesto e ricerca dell’immagine. Cerco sempre un equilibrio tra questi due aspetti. Il digitale mi offre nuove possibilità, ma la costruzione dell’opera rimane profondamente legata alla mia visione personale e a un linguaggio che nasce dalla pittura.

Nelle tue opere troviamo raffigurati oggetti di uso quotidiano, per esmpio poltrone, tavole imbandite, cestini di frutta, guanti. E ancora paesaggi e personaggi immersi in luoghi senza tempo, nature morte silenziose, dove elementi reali e figure surreali diventano parte di una singolare normalità. Il magico e il meraviglioso convivono senza alcun conflitto in questa nuova dimensione, come in Re:load (2025) e The taster (2025). Ciò che viene rappresentato trascende la rappresenazione tradizionale, si arricchisce di significati simbolici e sembra avere un forte legame con temi quali la casa in Interno con rosa (2026), la famiglia e gli affetti ne I cari (2026), Bill e io, 80′ (2025), il tempo ne Il futuro (2024) e Avec le temps (2025), evocando risonanze emotive profonde. Quanto queste tematiche hanno influenzato il tuo percorso artistico. E cosa riecheggia nei tuoi lavori?

Nei miei lavori riecheggia sicuramente il mio vissuto, in modo profondo e inevitabile. Anche quando parto da oggetti quotidiani o da scene apparentemente semplici, quello che mi interessa non è mai solo la rappresentazione in sé, ma ciò che quegli elementi portano con sé in termini di memoria, affetto, tempo ed esperienza. La casa, la famiglia, i legami, il passare del tempo sono temi che hanno influenzato molto il mio percorso artistico, perché fanno parte della mia storia personale e del mio modo di guardare il mondo. Sono presenze interiori che ritornano spesso, a volte in modo esplicito, altre in modo più sottile e simbolico.

Mi interessa lavorare su questa soglia tra il reale e il sospeso: gli oggetti, i volti, gli ambienti diventano strumenti per evocare una dimensione emotiva, più che per raccontare qualcosa in modo descrittivo. Anche il dettaglio più comune, come una poltrona, una tavola, un frutto, un guanto, può trasformarsi in un segno carico di significato, capace di suggerire una storia, una mancanza, una presenza. Quello che riecheggia nei miei lavori, quindi, è una memoria personale che prova ad aprirsi a una dimensione più universale: il desiderio di appartenenza, la fragilità degli affetti, la stratificazione del tempo e quella sottile linea in cui il quotidiano può diventare misterioso, poetico, persino visionario.

La rappresentazione di fenomeni onirici è un tema centrale nell’arte del surrealismo e del realismo magico, movimenti ai quali chiaramente fai riferimento. Psiche series (2024), infatti è un progetto dedicato al tema del sogno quale rivelatore dell’inconscio, e alla psicoanalisi. Le opere che ne fanno parte sembrano essere un invito a riflettere su aspetti dell’esistenza ancora inesplorati, sui desideri, ma anche sulle paure e sulle forze psichiche profonde che sfuggono a una logica ordinaria per indagare verità più intime. È l’inconscio che protegge una qualche verità ancora nascosta. Puoi parlarci di questo progetto?

Psiche series è nata da un interesse profondo per il sogno come spazio di rivelazione, come luogo in cui emergono immagini, simboli e presenze che spesso sfuggono alla logica del quotidiano. In questo progetto ho voluto lavorare proprio su quella dimensione sospesa, in cui l’inconscio non è qualcosa da spiegare in modo razionale, ma da ascoltare e attraversare. Mi affascina l’idea che il sogno possa contenere verità intime, nascoste, non ancora del tutto formulate. È una dimensione in cui convivono desideri, paure, memorie e tensioni profonde, e in cui le immagini assumono un valore simbolico molto forte. Per questo Psiche series è anche un progetto legato alla psicoanalisi, non tanto in senso illustrativo, ma come campo di ricerca, come possibilità di indagare ciò che abita la parte più interna e meno visibile dell’esperienza.

Nelle opere della serie ho cercato di costruire atmosfere ambigue, aperte, in cui ogni elemento potesse suggerire più livelli di lettura. Mi interessa che lo spettatore non trovi un significato unico e chiuso, ma possa entrare nell’opera in modo personale, riconoscendo qualcosa di proprio: un’emozione, un’inquietudine, una memoria. In questo senso, l’inconscio per me non è solo un tema, ma un vero e proprio linguaggio, una soglia attraverso cui l’immagine può diventare strumento di conoscenza, o almeno di avvicinamento a qualcosa di più profondo. Con Psiche series ho voluto aprire proprio questo spazio, ovvero un invito a guardare oltre la superficie, verso quelle verità interiori che spesso restano nascoste, ma che continuano ad agire dentro di noi.

Anche il circo è un soggetto ricorrente nella tua produzione. Nel progetto The circus series (2024), il circo è simbolo di creatività, cultura popolare e meraviglia. Allo spettatore, tuttavia, non viene mostrato uno spettacolo tradizionale. Infatti, anche questa volta, qualcosa sembra sfuggire alla mera rappresentazione. Le figure che vediamo non sono semplici circensi, sono uomini eleganti in giacca e cravatta, e sembrano arrivare da un luogo poetico e sognante, ma allo stesso tempo familiare, metafora di una vita sospesa tra gioia e malinconia. Come è nato questo progetto?

The Circus series è nata dal desiderio di lavorare su un immaginario che appartiene alla memoria collettiva, quello del circo, cercando però di allontanarmi dalla sua rappresentazione più tradizionale e riconoscibile. Del circo mi interessa soprattutto la dimensione simbolica: la meraviglia, la creatività, il senso di attesa, ma anche quella sottile malinconia che spesso accompagna tutto ciò che è spettacolo, apparizione, finzione. È un mondo che contiene una doppia natura, e proprio questa ambivalenza mi ha spinta a trasformarlo in un linguaggio più personale. Per questo nelle opere della serie, le figure non sono circensi nel senso classico, ma personaggi eleganti, quasi sospesi, che abitano uno spazio poetico e mentale più che narrativo. Mi interessava evocare una presenza umana capace di suggerire insieme familiarità e straniamento, come se quei personaggi fossero parte di un ricordo, di un sogno o di una scena interiore. Anche in questo progetto ritorna il tema della soglia tra realtà e immaginazione. Il circo diventa, infatti, una metafora della condizione umana, di quella tensione continua tra leggerezza e inquietudine, gioia e malinconia, maschera e verità. In questo senso The Circus series è nato come un’esplorazione emotiva prima ancora che visiva, un modo per dare forma a un universo sospeso, in cui il meraviglioso convive con qualcosa di più intimo, fragile e profondamente umano.

Di Mystical series (2024), invece, fanno parte una serie di lavori che affrontano il tema del misticismo, parola che deriva da mystikós e significa relativo ai misteri, un argomento che si ritrova nella storia dell’arte attraverso l’uso di simboli e visioni legati alla contemplazione, all’atemporalità, e a stati alterati di coscienza che si configurano come un mistero inesprimibile. Infatti, tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, il misticismo prende le distanze dall’iconografia religiosa tradizionale proprio per avvivicinarsi all’introspezione psicologica e all’occultismo. Puoi parlarci di questo progetto, e del perchè hai deciso di affrontare questa tematica?

Mystical series è nata da un’esigenza molto intima. Da sempre mi affascina la dimensione spirituale e mistica, anche nella sua componente religiosa, intesa come ricerca della verità e come bisogno di dare un senso alla nostra esistenza. Non mi interessa tanto “illustrare” il sacro o il mistero, quanto restituire quella sensazione di soglia che a volte si avverte interiormente, quando qualcosa non si spiega, ma si percepisce. In questo percorso ha avuto un peso anche il mio interesse per gli stati alterati di coscienza, non come evasione, ma come apertura. Ossia quei passaggi in cui la percezione cambia, si fa più sensibile e sembra avvicinarti a una dimensione spirituale, come se si allentassero i confini della realtà ordinaria. Mi interessa quel tipo di esperienza perché mette in crisi la logica lineare e lascia emergere un livello più profondo, intuitivo, spesso difficile da nominare. Per questo ho scelto un linguaggio fatto di sospensioni, silenzi, presenze e segni essenziali. Immagini che non dichiarano, ma suggeriscono, che non danno risposte, ma aprono una domanda. In questi lavori la pittura diventa un luogo di ascolto e di contemplazione, e l’atmosfera, più che la narrazione, è lo strumento con cui provo a far emergere ciò che normalmente resta invisibile.

Ci sono degli artisti che hanno influenzato il tuo lavoro o che continuano a ispirarlo?
Ci sono diversi artisti che hanno influenzato il mio lavoro e che continuano a ispirarmi. Mi interessa soprattutto un modo di costruire l’immagine capace di rendere il quotidiano enigmatico, simbolico, “mentale”. Tra i riferimenti più importanti ci sono Magritte e, più in generale, un Surrealismo molto “lucido”, per quella capacità di spostare la realtà di un soffio e trasformarla in una domanda visiva. Allo stesso tempo, mi accompagna l’atmosfera della Metafisica e del Realismo Magico. Penso a de Chirico, ma anche a Casorati e Donghi, per gli spazi sospesi, i tempi rallentati, la nitidezza controllata e quel silenzio che rende le presenze quasi fuori dal tempo. Mi sento legata anche a Domenico Gnoli, per la sua visione ravvicinata e concentrata sul dettaglio, capace di rendere le cose familiari improvvisamente stranianti. Mi ha influenzata il clima dell’avanguardia francese degli anni Venti, soprattutto per la libertà sperimentale e per l’energia con cui si è reinventato il linguaggio visivo, in un continuo dialogo tra immagine, immaginazione e modernità. Accanto a questi riferimenti, per me è importante anche la tradizione della natura morta: l’idea che un oggetto comune, se isolato e caricato di luce e silenzio, possa diventare emotivo, intenso, quasi un luogo di pensiero. E poi c’è la cultura visiva contemporanea, con una certa energia pop, che entra nel lavoro come memoria collettiva e come cortocircuito. In definitiva, più che singole influenze, sono atmosfere, strutture e intuizioni che rielaboro dentro la mia ricerca per farle diventare qualcosa di personale.

Quali sono i tuoi progetti futuri?
I miei progetti futuri sono legati al desiderio di continuare a indagare dentro me
stessa, portando avanti una ricerca sempre più libera e consapevole. Per me la libertà è una condizione essenziale del fare artistico: è ciò che mi permette di non fermarmi alla superficie, di attraversare davvero ciò che sento e di trasformarlo in immagine. È in questo spazio di ricerca che cerco una verità, non assoluta o definitiva, ma una verità autentica, che riguarda il mio modo di vedere, di vivere e di esprimermi. Non è un percorso facile, perché si è sempre in contrasto e bisogna fare continuamente i conti con se stessi. A volte capita di lasciarsi influenzare dal contesto, dalle esperienze, da ciò che si attraversa. Anche per questo sento ancora più forte il desiderio di arrivare all’essenza, di avvicinarmi sempre di più a una forma espressiva che sia sincera, essenziale e profondamente mia.

C’è poi un nodo che sento molto, anche rispetto a ciò che oggi spesso viene richiesto dal mercato, ovvero una certa continuità riconoscibile, un’immagine coerente, un percorso “lineare” che renda subito identificabile un lavoro. Io, invece, mi accorgo che ho bisogno di deviare, di spostarmi, di aprire strade laterali. Quando sento di aver trovato una direzione, mi viene naturale metterla in discussione e attraversarne anche il contrario, non per negarla, ma per allargare la visione e restare fedele alla complessità. A volte mi domando se questa necessità di sperimentare continuamente sia una forma di insicurezza, o forse un limite. Non ho ancora una risposta definitiva. So però che è anche il luogo in cui mi sento viva come artista, perché è lì che accade qualcosa di vero, che non è programmabile. Il mio obiettivo è continuare ad approfondire il mio linguaggio, restando aperta alla sperimentazione e ai nuovi stimoli, ma senza perdere il contatto con la parte più intima e autentica del mio lavoro.