a cura di Romina Ciulli e Carole Dazzi

Sara Silks è una fotografa americana le cui immagini sembrano emergere gradualmente dalla profondità della memoria. I suoi lavori indagano con risolutezza tematiche che spaziano dalla fragilità alla vulnerabilità, dal ricordo alle problematiche contemporanee, e sono caratterizzate da atmosfere oniriche, nostalgiche, che risvegliano sensazioni inaspettate. Tutto questo viene realizzato attraverso un processo metodologico sperimentale, alternativo, che si avvale di strumenti analogici e digitali, mescolando molteplici tecniche e utilizzando materiali diversi.

Ma è soprattutto l’uso che fa della luce a delineare nell’immagine un percorso emotivo inusuale, suggerendo un pensiero, un moto interiore, una sensibilità di approccio che incide direttamente sul nostro modo di vedere. Le sue fotografie diventano, pertanto, dei veri e propri racconti personali, dei diari visivi, qualcosa di intimo e riflessivo, qualcosa che scatena una reazione profonda e, a volte, dimenticata. Basta citare lavori come Natsukashii (2024), Kaizen (2022), Prairiefire (2021), Warming Effects (2019), Leaving Terra Firma (2019) e Studies of Women (2017). Approfondiamo la discussione con l’artista.

Il tuo approccio è caratterizzato dall’utilizzo di strumenti tecnologici diversi, così come da procedimenti fotografici alternativi e sperimentali. Questa pratica sembra influire direttamente sulla creazione stessa dell’immagine, partecipando al suo significato intrinseco. Puoi raccontarci come avviene il tuo processo creativo?
Certo! Il mio processo creativo si è evoluto nel tempo, ma di solito trae ispirazione da un evento, un luogo o un ricordo specifico. Inizio con una nuova fotografia, o una proveniente dal mio archivio che diventa un substrato per esprimermi ulteriormente piuttosto che essere un punto di arrivo fisso. Da lì, comincio a dialogare con l’immagine utilizzando sia strumenti digitali che processi fotografici alternativi, lasciando che sia il metodo stesso a plasmare il significato dell’opera. Un chiaro esempio è “Encountering Isamu Noguchi“. L’opera è nata da una fotografia di mia figlia in abito nero in piedi vicino a una grande scultura a blocchi di Noguchi nel museo della nostra città.

Mentre modificavo l’immagine in Photoshop, ho duplicato un livello, che si è leggermente spostato a causa di un movimento accidentale del mouse. Quel disallineamento inaspettato ha alterato la mia percezione dell’immagine, rivelando una nuova risonanza emotiva e concettuale. Riconoscendone il potenziale, ho accolto quell’incidente anziché correggerlo. Alla fine ho stampato l’opera in platino-palladio, un processo la cui profondità materica ha rafforzato la quieta gravità dell’immagine. L’opera è diventata fondamentale all’interno di quella serie e ha confermato un aspetto importante della mia pratica: rimanere aperta alla serendipità e consentire al caso, al processo e al materiale di partecipare attivamente al significato finale dell’immagine.

Nel tuo lavoro un tema ricorrente è quello del ricordo, o meglio della sensazione nostalgica che quel ricordo genera nella memoria. Prendiamo, per esempio, la serie Natsukashii (2024), termine giapponese che indica appunto “provare nostalgia”. In questi scatti, infatti, i paesaggi naturali evocano sensazioni vissute in un preciso momento. Come è nato questo progetto? E quanto il legame con il passato influisce sulla tua produzione fotografica?
Questa serie è nata in un altro modo fortuito. Avevo ricevuto un pacco di campioni di carta washi giapponese, e ho deciso di stamparne uno con un’immagine che avevo scattato di alcune rose secche di mia madre, ingrandite con la sua lente d’ingrandimento. Il risultato è stato inaspettatamente bello, sia materialmente che emotivamente, il che mi ha spinto a sperimentare ulteriormente stampando immagini di paesaggi dal mio archivio sulla stessa carta. Rivisitando quei paesaggi, mi sono ritrovata istintivamente a ritagliarli, facendo riecheggiare la visione intima e ingrandita creata dalla lente di mia madre.

Quel gesto inconscio è diventato un silenzioso ponte concettuale tra le immagini e l’atto stesso dell’osservare da vicino che ha portato con sé sia una sensazione di tenerezza che di perdita. L’intensità della scoperta originale ha avuto inevitabilmente un impatto sulle immagini successive, conferendo loro un senso di intimità e preziosità. Credo che siamo un accumulo delle nostre esperienze vissute. La memoria, e in particolare il residuo emotivo che lascia dietro di sé, permea la mia pratica fotografica. Invece di illustrare direttamente il passato, il mio lavoro gli permette di emergere in modo poetico e subliminale, plasmando il modo in cui vedo, inquadro e conservo i momenti fugaci.

La luce rappresenta un altro aspetto fondamentale del tuo linguaggio estetico, sia a livello tecnico, che narrativo. In questo modo ogni figura, ogni elemento naturale ritratto diventa il soggetto di un paesaggio emotivo in cui lo spettatore si sente partecipe. Puoi spiegarci il perché di questa?
Per me, la luce non è mai solo una condizione tecnica, ma è una condizione emotiva e temporale. Sono attratta da una luce delicata, periferica e spesso fugace, che suggerisce presenza piuttosto che spettacolo. Permette a figure ed elementi naturali di esistere in uno stato di quieto divenire, anziché essere statici o monumentalizzati. Narrativamente, la luce funge da veicolo di memoria e sentimento. Ammorbidisce i contorni, rivela le texture e crea spazi in cui l’osservatore può entrare senza essere guidato. In questo modo, la luce diventa una sorta di terreno condiviso e un paesaggio emotivo plasmato tanto da ciò che viene trattenuto quanto da ciò che viene mostrato.

Mi interessa come essa possa contenere ambiguità e invitare alla proiezione, consentendo agli spettatori di collocare le proprie esperienze all’interno dell’immagine. In definitiva, questa scelta riflette il mio desiderio di creare fotografie che sembrino abitate piuttosto che osservate. Attraverso la luce, l’opera offre un senso di appartenenza, non raccontando una storia in modo diretto, ma aprendo uno spazio in cui emozione, memoria e percezione convergono silenziosamente.
Nelle tue opere, molti sono i rimandi alla cultura giapponese. Puoi raccontarci il perché?

Questa domanda mi è già stata fatta e, riflettendoci, credo che l’influenza derivi da diverse esperienze formative. Crescendo, sono stata esposta precocemente all’arte asiatica attraverso il museo della mia città, il cui curatore e fondatore nutriva un profondo interesse per le arti orientali. La collezione è rinomata in tutto il mondo e l’incontro con quelle opere in giovane età ha plasmato silenziosamente la mia sensibilità visiva molto prima che potessi spiegare perché risuonassero così fortemente. Allo stesso tempo, ho avuto un’infanzia tumultuosa e ho scoperto lo yoga e le pratiche di meditazione orientali molto giovane, intorno ai dieci anni. Quelle filosofie e discipline mi hanno offerto radicamento, riflessione e un senso di ordine interiore durante un periodo di instabilità.

Non erano idee astratte per me. Erano pratiche vissute che mi hanno aiutata a destreggiarmi su terreni difficili, e quella sensibilità continua a influenzare il mio approccio sia alla vita che verso l’arte. Sono anche profondamente attratta dal rapporto del giapponese con il linguaggio e la percezione, dal modo in cui singole parole possono racchiudere intere esperienze che la cultura occidentale spesso lascia senza nome. Una parola come komorebi, che descrive la luce screziata che filtra tra le foglie degli alberi, evoca un’attenzione alla transitorietà, alla delicatezza e alla quieta bellezza. Questa consapevolezza dell’effimero, dell’intermedio e di ciò che viene facilmente trascurato risuona profondamente in me e si riflette nel mio lavoro. Sono meno interessata allo spettacolo che ai momenti di pausa e agli spazi in cui luce, ritmo e sentimento si allineano brevemente prima di scomparire.

Come abbiamo sottolineato, ogni tua opera è realizzata con differenti metodi di sperimentazione tecnica e narrativa. Credi che le innovazioni tecnologiche moderne possano contribuire o intralciare l’intenzione visiva dell’artista?
Credo che le innovazioni tecnologiche moderne possano fare entrambe le cose, a seconda di quanto consapevolmente vengano utilizzate. La tecnologia in sé è neutrale, diventa un contributo o un ostacolo a seconda che sia al servizio delle intenzioni visive e concettuali dell’artista. Nel mio lavoro basato sui processi, la tecnologia funziona come parte di un dialogo in evoluzione piuttosto che come una soluzione fissa. Diventa qualcosa da testare, a cui resistere e a cui rispondere nel tempo.

Quando viene utilizzata come strumento di sperimentazione, può ampliare la percezione, abilitare nuove forme di narrazione o rivelare cose che altrimenti non potrebbero essere viste o costruite. Può approfondire l’opera ed espandere il linguaggio dell’espressione visiva. Allo stesso tempo, la tecnologia può diventare una distrazione se la sua novità o efficienza inizia a dettare l’opera anziché supportarla. Per me, l’obiettivo è sempre quello di rimanere intenzionale e di utilizzare la tecnologia in un modo che rafforzi le idee sottostanti e la risonanza emotiva dell’opera, piuttosto che permettere al metodo o al processo di oscurarne il significato.

Ci sono altri tuoi lavori che ci fa piacere raccontare, seppur sinteticamente. Prairiefire (2021), che racconta la pratica degli incendi pianificati nelle praterie del Kansas, attraverso una serie di immagini nelle quali si avverte l’idea di pericolo, del fuoco, ma anche quella della forza e della speranza. La serie Kaizen (2021), ispirata da un’intervista al fotografo Ralph Gibson, e caratterizzata da un particolare approccio che, partendo dall’interiorità si riflette poi sull’esterno, tanto che le immagini immortalate diventano la conseguenza di un’osservazione soggettiva, intima e meditata. Il progetto Leaving Terra Firma (2019), che prende spunto dall’installazione dell’artista giapponese Yayoi Kusama, intitolata You Who are Getting Obliterated in the Dancing Swarm of Fireflies. Gli scatti di questa serie sono concepiti come delle metafore visive nelle quali emergono le incertezze della nostra realtà.

Oppure la serie Warming Effects (2019), dove invece vengono ritratti gli elementi della natura per mezzo di astrazioni e geometrie visive. In questo progetto, infatti, vengono combinate forme e strumenti differenti per rappresentare non solo l’impatto umano sull’ambiente, ma sopratutto la reazione emotiva che ne deriva. Infine Studies of Women (2017), un lavoro che parte dalla volontà di gestire un dolore personale, e si trasforma in una riflessione su tematiche femminili collettive, come la fragilità e la determinazione.

Concludiamo, dunque, domandandoti dei tuoi progetti futuri.
Uso il mio account Instagram come una sorta di mood board o diario per calibrare i progetti futuri! Apprezzo tutte le persone che si sono unite a me per osservare i miei processi mentali.