
Lavoro da sempre con gli elementi della natura. Nel corso degli anni la mia ricerca si è concentrata sempre più sul rapporto tra materia naturale, territorio e processo, in particolare attraverso la raccolta di varie tipologie di terre. Ho raccolto campioni in diversi territori, in Italia e all’estero, cercando di entrare in relazione con i luoghi attraverso ciò che fisicamente li costituisce. Le terre che raccolgo vengono poi lavorate e utilizzate come pigmenti nelle mie opere. Da alcuni anni ho iniziato anche a estrarre coloranti vegetali da piante che coltivo personalmente.
Questi procedimenti hanno per me una duplice natura. Da una parte sono processi concretamente materici ed estetici: la terra diventa pigmento, la pianta diventa colore, la materia naturale entra fisicamente nell’opera. Dall’altra, però, hanno una forte valenza concettuale. Raccogliere una terra, coltivare una pianta, estrarne un colore significa stabilire un rapporto con un luogo e con il mondo naturale. Significa portare nell’opera una porzione di territorio, una sua traccia, e trasformarla senza perderne completamente l’origine.
La connessione con il mondo naturale è infatti alla base della mia poetica. Mi interessa il rapporto tra ciò che siamo e ciò che ci circonda, ma anche il modo in cui la materia possa diventare portatrice di memoria, di appartenenza e di esperienza. In qualche modo è come se la materia e la sua chimica diventassero materiale di pensiero e sensibilità.
Nel corso di questo ultimo anno è nata l’occasione di partecipare a TassonArt 2026, rassegna di arte contemporanea curata da Alessio Manfredi, Samantha Ghironi e Mattia Lapperier. È stato Mattia Lapperier a invitarmi a partecipare all’evento dal titolo Terra Anima e Materia, il cui tema centrale si legava profondamente alla mia ricerca.
Per questa occasione avrei potuto semplicemente scegliere una delle tante opere già realizzate nella mia ricerca e presentarla alla rassegna. Il concetto di terra, infatti, è già profondamente presente nel mio lavoro. Ho invece sentito l’esigenza di fare qualcosa di diverso.
Una delle cose che più amo del mio lavoro è la possibilità di spostarmi, conoscere nuovi territori e, soprattutto, entrare in relazione con le persone che li abitano. Ho quindi deciso di non limitarmi a portare solo un’opera, come spesso si fa per una mostra collettiva qualsiasi, ma di costruire un progetto specificamente legato a quel luogo.
La rassegna si è svolta nel luglio 2026 a Tassonarla, una piccolissima località del comune di Tresana, in provincia di Massa-Carrara. Prima dell’evento ho effettuato un sopralluogo nel borgo e nei suoi dintorni. Sono entrata in contatto con alcune delle persone che abitano il territorio, ho attraversato il paesaggio e ho raccolto campioni delle sue terre.
Sono stati due giorni molto intensi di osservazione, ascolto e relazione. E proprio da quell’esperienza è nato il progetto A cosa pensi se dico terra?.
Ho scelto di partire da una domanda molto semplice: «A cosa pensi se dico terra?»
Non volevo partire da una risposta, ma dalla domanda stessa. Mi interessava capire cosa avrebbe potuto generare, quali immagini, ricordi, sensazioni e pensieri avrebbe potuto attivare. Prima ancora di essere un elemento fisico, la terra è per me un luogo mentale e affettivo: è ciò che ci sostiene, ciò a cui apparteniamo, ciò che attraversiamo e che, in qualche modo, ci attraversa.
Da questa domanda sono nati quattro lavori: un video, un’opera bidimensionale, una scultura e un piccolo lavoro galleggiante. Quattro risposte diverse, quattro modi di avvicinarmi alla stessa parola.
Il primo lavoro, A cosa pensi se dico terra?, (fig.1) è un video realizzato nel bosco vicino al torrente Treggiara, durante il sopralluogo a Tassonarla nel maggio 2026. Nel video riprendo la mia mano mentre entra in relazione con la terra del bosco. È un gesto molto semplice, quasi istintivo, che progressivamente si trasforma: la mano tocca, sposta, raccoglie, si sporca. I movimenti alternano momenti di lentezza e di pausa, ad altri più concitati e confusi, fino a un lento scomparire.
Mi interessava che fosse il corpo, prima ancora delle parole, a cercare una relazione con la terra. Ho pensato a quel gesto come a una metafora della nostra esperienza nel mondo: entriamo in contatto con ciò che ci circonda, ne veniamo modificati e, nello stesso tempo, lasciamo una traccia del nostro passaggio.
Durante la realizzazione del video ho voluto però che la mia voce non fosse l’unica. Ho chiesto agli abitanti di Tassonarla di rispondere alla domanda A cosa pensi se dico terra? attraverso un vocale WhatsApp. Le loro voci sono entrate nel lavoro, insieme ai suoni del bosco e allo scorrere dell’acqua del torrente.
Questo passaggio per me era importante perché volevo che il progetto non fosse soltanto una mia riflessione sul territorio, ma diventasse anche uno spazio di ascolto. Le persone che vivono Tassonarla sono entrate così fisicamente nel lavoro attraverso la propria voce, portando ciascuna la propria idea di terra. Nei titoli di coda ho scelto di riportare i loro nomi e cognomi, trasformando il video anche in una sorta di documento: una traccia capace di legare simbolicamente quelle persone al territorio che abitano.
(Link al video https://www.youtube.com/watch?v=bBxqDb9AfAY&t=41s)

Se nel video la terra viene incontrata attraverso il corpo e attraverso l’ascolto, in Le pieghe ho cercato di avvicinarmi alla terra attraverso la materia e il pensiero. (fig.2).
L’opera nasce da vecchie stoffe donate, da una tintura vegetale ottenuta dai fiori di cosmos sulphureus coltivati nel 2025, da ossido di ferro estratto da caolino raccolto in natura nel 2024 e dalle terre raccolte a Tassonarla nel maggio 2026.
In questo lavoro il riferimento concettuale è al testo La piega. Leibniz e il Barocco di Gilles Deleuze. Il concetto di piega mi ha permesso di pensare la terra non come qualcosa di statico, ma come una materia continuamente attraversata da flessioni, trasformazioni e ripiegamenti. Mi interessa l’idea di una continuità nella quale non esiste una separazione netta tra materia e spirito, tra corpo e ambiente. Corpi, fiumi, montagne e terra diventano così parti di un’unica materia continuamente in trasformazione.

Questa riflessione prosegue in Monade, il lavoro tridimensionale. (fig.3). Qui parto dal concetto di monade elaborato da Leibniz e ripreso da Deleuze: ogni punto di vista contiene, in qualche modo, l’intero universo.
Ho pensato alla terra come a un frammento capace di contenere il tutto. Ogni piccola porzione di materia porta con sé una storia, un luogo, un tempo e una possibilità infinita di relazioni. Anche l’individuo, come una monade, esiste attraverso le pieghe che lo attraversano. Ciò che vediamo è soltanto una parte limitata di qualcosa di molto più vasto.

Con Isola, invece, la domanda iniziale torna a una dimensione più personale e istintiva. (fig.4)
Ho pensato alla terra come a un’isola, e quindi all’isola come a una condizione di isolamento. L’opera è nata appositamente per essere installata nel lavatoio di Tassonarla e prende la forma di un piccolo elemento galleggiante.
Questa associazione nasce anche dalla mia esperienza personale: vivere su una terra circondata dal mare significa essere in una condizione di forte connessione con la natura e, contemporaneamente, di distanza dai centri urbani. L’isola è quindi un luogo di appartenenza, ma anche un luogo di separazione e solitudine.
Nel lavoro ho inserito un seme di Isatis tinctoria, la pianta dalla quale viene estratto il blu indaco. Il seme rappresenta per me l’unicità e la potenzialità individuale: qualcosa che nasce dalla terra e che contiene già, in forma latente, la possibilità di trasformarsi. Il blu indaco introduce inoltre il mare, creando un legame tra la terra e l’acqua, tra ciò che radica e ciò che separa.
In Isola la mia esperienza personale incontra quella degli abitanti di Tassonarla. Anche questo borgo vive una condizione di isolamento che, nel tempo, ha contribuito al suo progressivo spopolamento. Mi interessava questa connessione, perché mi ha permesso di riconoscere una condizione individuale all’interno di una dimensione collettiva a me lontana geograficamente, ma molto vicina umanamente.
Alla fine, mi sono accorta che la domanda da cui ero partita non aveva bisogno di una risposta definitiva.
«A cosa pensi se dico terra?» è diventata per me una domanda sulla relazione. Relazione con un luogo, con la materia, con gli altri e con me stessa.
La terra è qualcosa che posso toccare, raccogliere, trasformare e attraversare. Ma è anche qualcosa che mi contiene. È memoria e presente, appartenenza e distanza, radicamento e possibilità di movimento.
Le quattro opere sono nate da questa pluralità di significati. Non cercano di definire che cosa sia la terra, ma di mostrare quante forme diverse possa assumere quando la si guarda da punti di vista differenti. Le voci degli abitanti di Tassonarla riescono a trasmettere tanti spunti di riflessione su come siamo abituati a vivere nel mondo, e sulle sfide sempre più complicate che siamo chiamati ad affrontare in questo momento storico folle. E, probabilmente, questo progetto si è sviluppato ed è nato proprio per condividere con gli altri questo senso di smarrimento e l’esigenza di radicarci alla terra.
Didascalie
fig.1) A cosa pensi se dico terra? Frame estrapolato dal video HD, audio estrapolato da vocali whatsapp inviati dagli abitanti di Tassonarla 5′ 30″
fig.2) Le pieghe vecchie stoffe donate, tintura vegetale estratta da fiori di cosmos sulphureus coltivati nel 2025, ossido di ferro estratto da caolino raccolto in natura nel 2024 e terre raccolte a Tassonarla a maggio 2026. cm 80×46
fig.3) Monade vecchie stoffe donate, tintura vegetale estratta da fiori di cosmos sulphureus coltivati nel 2025, ossido di ferro estratto da caolino raccolto in natura nel 2024 e terre raccolte a Tassonarla, maggio 2026. cm 35x25x25
fig 4.) Isola legno di recupero, sughero, gesso, terre raccolte a Tassonarla a maggio 2026, biossido di titanio, seme di isatis tinctoria (pianta utilizzata per l’estrazione del blu indaco) cm 16×16