Open dialogues: Alice Padovani

a cura di Margaret Sgarra, curatrice di arte contemporanea

Mangiare la luce

Alice Padovani, dopo una laurea in Filosofia e Arti visive, ha lavorato per diversi anni nel teatro contemporaneo come attrice e regista, sviluppando il proprio percorso di artista visiva e performer. Ha esposto in mostre personali, collettive e musei a carattere nazionale e internazionale, ricevendo numerosi premi e riconoscimenti. I suoi lavori fanno parte di alcune importanti collezioni in Italia e all’estero private e pubbliche.

La tua ricerca artistica tocca tematiche differenti che vengono espresse attraverso opere identificabili come complesse installazioni polimateriche sempre uniche. Quando e dove inizia un tuo progetto? E quando pensi che sia arrivato a compimento?

I miei progetti iniziano e procedono in due modi differenti. Nel primo caso, li penso, li disegno, li descrivo, cerco i materiali. Ma di fatto l’opera è già compiuta quando tutti gli addendi hanno trovato la giusta collocazione nella mia testa. Dopo si tratta solamente di mettere in pratica un minuzioso lavoro manuale. Nel secondo caso, invece, mi capita di imbattermi nel caso, nell’errore. Questo può succedere a opera appena iniziata, come a opera conclusa. Questa eventualità, capitata anche con opere di grandi dimensioni, mi porta sempre a rivedere il progetto, trasformandolo in rapporto all’accadimento che lo ha reso momentaneamente instabile e fragile. Questa incertezza ha dato luogo a scoperte magnifiche che mi hanno permesso soluzioni a cui non sarei mai arrivata.

Senza titolo #4 serie innesti

All’interno delle tue opere sono presenti parti o moltitudini di insetti. Che cosa rappresentano per te e quale significato gli attribuisci?

Avendo un padre entomologo, ho sempre visto questi animali come qualcosa di familiare, affettivo direi. Da un punto di vista scientifico sono esseri talmente distanti da noi, sia come evoluzione che come forma, che rappresentano spesso l’altro, ciò che spaventa. Questo rappresenta, anche concettualmente, nel mio lavoro l’aspetto più interessante. Gli insetti, a differenza degli esseri umani, la cui “imperfezione” è la ragione della loro costante mutazione, sono già esseri perfetti da milioni di anni. Da sempre generano sentimenti contrastanti che oscillano dalla paura alla meraviglia, e sembrano essere i testimoni perfetti per trasmettere un’autentica curiosità verso ciò che è considerato diverso.

Recording

In The Cut, attualmente esposta nell’ambito di Dentro i miei vuoti presso F’ART a L’Aquila, mette in connessione la sfera naturale con quella emotiva. Puoi raccontarci com’è nato questo lavoro?

Come le altre opere presenti nella mostra, anche questa parla di abbandono, assenza, mancanza. Il caso ha voluto che, durante una passeggiata in montagna, trovassi questa radice semi esposta che mi ricordava terribilmente un bacino umano. Era un legno abbandonato alle intemperie e, come ovvio, l’ho recuperato e messo a posto sempre nell’ottica che quello non solo fosse un bacino, ma fosse il bacino di una donna con la vulva aperta ed esposta. In questo caso ho giocato con l’idea del buco nero che fa paura, come fa paura una donna che esibisce il proprio desiderio sessuale. Il sesso, inteso come organo, diventa pericoloso. Da esso escono coleotteri tendenzialmente repulsivi e, metaforicamente, gli insetti rappresentano l’idea di morte. L’insetto è infatti uno dei protagonisti più noti della decomposizione della materia. In questo caso si tratta di coleotteri che sembrano gioielli. Quindi una dualità su meraviglia e repulsione, oltre che una dualità della vulva come generatrice di vita, ma al contempo oggetto di morte.

Tra i cromatismi che si possono ritrovare nella tua ricerca troviamo l’oro. Ha un significato particolare?

L’oro per me ha sempre e solo avuto la valenza di sacralità. Per me dorare un tronco morto è come apporre a esso una sorta di maschera funeraria e sacra al contempo. L’oro diventa ai miei occhi il fulgido splendore della morte, come una certezza. Una morte splendente e dunque più accettabile, poetica. D’altra parte siamo nati per morire.

The rightness of unrevealing

Quando hai capito che avresti fatto l’artista? E quali sono gli artisti a cui ti ispiri?

Credo di averlo sempre capito: le arti in generale sarebbero state l’ossessione- vocazione della mia vita. Ci sono passata attraverso in periodi e modi diversi, ma sempre con la stessa “fame”. Gli anni di studi di musica classica, gli anni come regista e attrice all’interno di compagnie di teatro sperimentale: tutto ha fatto parte di un percorso unico. In questo momento questo sentiero caleidoscopico mi ha portato alle arti visive, ma non escludo che possa diventare altro in futuro. Gli artisti che amo e seguo sono tanti e probabilmente alcuni di questi hanno influenzato anche in modo inconscio alcuni lavori. Ma le mie fonti principali di ispirazione vengono da natura e scienza. Da interessi e letture che nell’apparenza sono distanti dalle arti e dalle materie umanistiche. Ma, per l’appunto, è solo apparenza. Se pensiamo alla fisica quantistica, poche cose risultano tanto poetiche come alcune delle teorie e dei fenomeni che cercano di essere spiegati.

The Golden Lymph

Ti interroghi sulle reazioni che possono suscitare le tue opere nel pubblico e che tipo di emozione ricerchi in questa interazione?

Di solito parto da emozioni e dolori personali che poi approdano ad altri sguardi. L’opera, al di fuori di me, è già qualcosa di diverso, è già diventata l’emozione personale di uno spettatore. Spesso gli spettatori si identificano molto al sentimento originario che ha dato vita all’opera, quando si tratta di arte performativa. Con ovvie eccezioni. Nelle opere più “statiche” ho notato che è più normale una propria interpretazione. Certamente mi piace molto scoprire l’effetto che alcune opere in particolare suscitano. Talvolta lo stesso lavoro richiama meraviglia, talvolta repulsione. E le visioni sono entrambe giuste.

Alice Padovani

Quali sono i tuoi prossimi progetti?

Sia il 2024 che il 2025 vedranno diverse mie personali, collettive e alcune bellissime residenze artistiche. Il 2 marzo ci sarà l’opening della collettiva “Dentro i miei vuoti” presso la galleria F’ART a L’Aquila. Seguirà tra il 14 e il 25 una residenza artistica nel borgo di Armento (percorso frutto del premio Porta Coeli Foundation 404 del Mediterranean Art Prize) con produzione e acquisizione dell’opera creata nei giorni di residenza che a seguire vedrà inoltre organizzata una mostra bipersonale. Ad Aprile a Milano nei giorni di MiArt e del Salone del Mobile farò parte di Così lontano, così vicino, una collettiva che si terrà nello spazio M|45 di Marco Bertoli art consulting. Infine, sempre ad Aprile, in collaborazione con la galleria D406 di Andrea Lo Savio, alcuni miei nuovi lavori di acquerello e disegno faranno parte della Biennale del Disegno di Rimini. Non vorrei prolungarmi oltre, se non per dire che i mesi che verranno saranno davvero intensi e pieni di eventi, tra cui le mostre personali e le residenze vinte grazie al premio ArteamCup.