Who’s next?… Eva Hesse

Scritto da Valentina Biondini, appassionata di letteratura

La rubrica “Who’s Next?” volge la sua attenzione a una donna il cui stile artistico ha avuto il potere di cambiare per sempre l’arte contemporanea. Stiamo parlando di Eva Hesse, una scultrice statunitense di origine ebraica, che nel corso della sua breve carriera ha reinventato e rivoluzionato il linguaggio scultoreo, avvalendosi di un processo estetico caotico, al limite dell’eccentrico, nel quale emergono forti le nozioni di fisicità ed emotività.

Le sue opere d’arte, infatti, sono considerate pionieristiche, in quanto realizzate con materiali industriali come il lattice, la fibra di vetro e la plastica, rendendola famosa in tutto il mondo. La sua fama è arrivata intatta fino ai giorni nostri. È nota inoltre per aver inaugurato, negli anni ’60, il movimento artistico postminimalista. Per affrontare al meglio il suo percorso artistico, diamo innanzitutto un’occhiata alle tappe più salienti della sua breve e tormentata vita che tanto hanno influito sul suo modo di concepire l’arte. Ebrea tedesca, Hesse nasce ad Amburgo nel 1936. Nel ’38 a soli due anni viene mandata dai suoi genitori, insieme alla sorella maggiore Helen, in Olanda, nel tentativo di sottrarle alla furia nazista. La famiglia si riunisce dopo circa sei mesi di separazione e si trasferisce prima in Inghilterra, poi nel ’39 a New York, nella zona di Manhattan. Ma la quiete è solo passeggera. Infatti nel ’44 i genitori si separano e due anni dopo la madre si toglie la vita. A sedici anni, Hesse si diploma alla School of Industrial Art di New York. Poi cambia varie volte università, fino ad approdare a Yale dove studia sotto la guida di Josef Albers, e viene profondamente influenzata dal movimento dell’Espressionismo astratto. In effetti si potrebbe dire che la futura artista a livello pittorico si formi proprio nell’ambito di questa corrente, benché in seguito l’attrazione per la materia prenda il sopravvento.

Dopo la laurea ottenuta nel ’59, fa ritorno a New York dove comincia a frequentare molti giovani artisti minimalisti. Tra questi, Sol Lewitt con il quale instaura una stretta amicizia e intesse una fitta corrispondenza. È proprio LeWitt, in una lettera del ’65, a spronare l’allora dubbiosa Hesse a sperimentare un percorso artistico del tutto personale, scrivendole di smetterla di pensare e di fare e basta. Non sappiamo quale corso avrebbe preso la carriera della scultrice se queste parole non le fossero state indirizzate. Fatto sta che entrambi sono diventati artisti importanti e che proprio la loro amicizia è stata di stimolo al reciproco sviluppo artistico. Nel ’62 sposa lo scultore Tom Doyle. Tre anni dopo la coppia si trasferisce in Germania per far sì che Doyle potesse dedicarsi a una residenza artistica. Per circa un anno Hesse e Doyle vivono e lavorano in un’ex fabbrica tessile nella regione della Ruhr. L’edificio, pur essendo dismesso, contiene ancora parti di macchine, utensili e materiali appartenenti al suo precedente utilizzo. Ed è proprio qui, tra le macchine e gli strumenti in disuso, che Hesse trova l’ispirazione per i suoi primi disegni e dipinti meccanici. Sempre qui viene realizzata la sua prima scultura: un bassorilievo caratterizzato da corde ricoperte di stoffa, fili elettrici e masonite, e intitolato “Ring Around Arosie”. Si tratta di un punto di svolta nella carriera dell’artista. Infatti, da questo momento in poi in tutte le sue opere comincerà a utilizzare materiali non convenzionali. Oltre al fatto che questi lavori saranno caratterizzati dall’aspetto tridimensionale, e da una profonda connessione tra il tatto e la visione.

Ring Around Arosie

Nonostante questo aspetto rilevante, va sottolineato che l’artista non aveva accolto bene il ritorno in Germania, la nazione che, come ebbe a dire il critico d’arte Arthur Danto: «solo due decenni prima l’avrebbe uccisa senza pensarci un secondo». Ma, ironia della sorte, fu proprio lì che la sua originale sperimentazione artistica ebbe inizio. Una sperimentazione formale portata avanti, sempre per citare Danto, «giocando con materiale senza valore tra le rovine industriali di una nazione sconfitta». Hesse è nota soprattutto per le sue sculture. In realtà i suoi primi lavori (del quinquennio 1960-65) consistono in disegni e dipinti astratti che sono spesso considerati come meri lavori propedeutici alle sculture successive. Oggi, però, si ritiene che quei disegni siano un corpus separato dal resto e dunque degno di una valutazione in sé e per sé.

Spectres

Nel ’65, una volta tornata a New York, inizia a lavorare con materiali non convenzionali, quelli che poi sarebbero diventati la cifra stilistica delle sue opere: il lattice, la fibra di vetro e la plastica. In particolar modo emerge l’interesse per il lattice. Per la Hesse, infatti, si trattava di un mezzo che aveva a che fare con l’immediatezza e che le permetteva di creare forme scultoree in maniera originale. Come nelle sue prime due opere Schema e Sequel (1967 – 1968), dove appunto questo materiale viene impiegato per creare superficie lisce ma al tempo stesso irregolari e raggrinzite. Gli anni ’60 sono poi forieri di traguardi professionali. Infatti le sue opere (dipinti, disegni e sculture) vengono esposte all’interno di mostre di altissimo livello, in patria e all’estero. Nel ’68 alla Fischbach Gallery di New York viene organizzata la sua prima mostra interamente personale di scultura, intitolata “Chain Polymers”, che rappresenta una tappa fondamentale nella sua carriera, assicurandole una reputazione internazionale.

Chain Polymers

Tutto, purtroppo, si arresta alla fine del ’69 quando le viene diagnosticato un tumore al cervello che nel giro di un anno la porta alla morte, a soli 34 anni. Il destino che sembrava esserle diventato favorevole, torna così a mostrarle il suo lato più feroce. A tal proposito, Hesse una volta scrisse: «La vita non dura, l’arte non dura». Eppure, almeno per il suo caso, sembrerebbe più adatto l’adagio “Life is short, Art is long”. Sì, perché il culto per la sua arte non è affatto cessato con la sua morte. Già a partire dagli anni ’70 dozzine di mostre postume sono state allestite sia negli Stati Uniti sia in Europa. Negli anni ’90 sono state organizzate retrospettive a Valencia e Parigi. Nemmeno l’alba del nuovo secolo ha spazzato via l’interesse per questa artista. Infatti l’elenco di mostre dedicate al suo lavoro si protrae almeno fino al 2010. Mentre è del 2016 il documentario diretto da Marcie Begleiter intitolato, appunto, “Eva Hesse” che si concentra sulla storia della sua «vita tragicamente accorciata». Ad oggi più di venti delle sue opere sono conservate al Museo di Arte Moderna di New York. Mentre, al di fuori degli Stati Uniti, la più vasta collezione delle sue produzioni si trova al Museo Wiesbaden (in Germania). Viene, dunque, da interrogarsi su quali siano i motivi che tengono tuttora acceso il fuoco dell’interesse nei confronti della sua arte. Per rispondere è necessario appellarsi a una molteplicità di ragioni. Innanzitutto Hesse è stata tra le poche artiste donne della sua generazione a praticare la scultura e una delle prime a passare dal minimalismo al postminimalismo. Infatti, pur conservando alcuni degli elementi tipici del minimalismo (forme semplici, linee delicate e tavolozza di colori limitata), il suo lavoro si basa su ripetizioni e semplici progressioni che danno vita a un risultato eccentrico, inaspettato e che resiste all’uniformità, tanto da essere spesso definito come “Anti-Form”. Tuttavia quando l’artista parlava della sua arte, l’aggettivo che usava più spesso era “assurdo”, considerandolo tra l’altro la sua più grande qualità. Si tratta di un concetto che viene collegato a un metodo processuale che consente di uscire dagli schemi prestabiliti. Ma che si riferisce anche a un qualcosa che, attraverso un continuo ripetersi, permette di creare senza sforzo. Difatti la ripetizione che contraddistingue le sue opere aggiungeva altra assurdità all’assurdo, in una specie di progressione ossessiva dalla portata sempre più ampia. Le sue opere, inoltre, sono concepite in relazione con la verticalità e instaurano a livello visivo un rapporto con la parete definito “fronto-parallelo”. Quanto ai materiali non convenzionali usati (lattice, gomma, resine, poliestere e altre materie plastiche), Hesse ha avuto la capacità di usarli in maniera mai vista prima, causando nell’osservatore esterno un sentimento di stupore e di immediatezza. Infatti, distanziandosi dal minimalismo, la scultrice conduce la sua ricerca ai limiti del convenzionale e, attraverso un processo di ripetizione di forme e significati, realizza un oggetto non catalogabile né classificabile.

L’artista è stata anche tra i primi a sperimentare con i contorni fluidi del mondo organico della natura, e alcuni storici che si sono occupati di arte al femminile hanno visto in ciò riferimenti latenti e proto-femministi al corpo della donna. Mentre altri hanno osservato quanto il lavoro dell’artista porti alla luce, in un movimento prevalentemente dominato dagli uomini, le questioni delle donne, ma al di fuori di qualsiasi contesto politico. Ma Hesse ha sempre negato che la sua arte fosse strettamente femminista, definendola piuttosto semplicemente femminile, dal momento che, come dichiarato in un’intervista del ’70: «L’eccellenza non ha sesso». Secondo altri esperti, le sue opere costituiscono un delicato involucro al cui interno ravvisano un sentimento rovente, accenni di lirismo e introspezione che si oppongono all’asetticità e alla rigidità plastica delle forme. Dunque, questa importante protagonista del contemporaneo non solo si pone a cavallo tra la grande stagione del minimalismo e quella del postminimalismo, ma lo fa in maniera personale, apportandovi il proprio originale contributo che insiste su una sensibilità tattile e corporale, su nozioni quali identità, soggettività e genere. Un contributo in grado di anticipare tendenze che si svilupperanno nei decenni successivi. Infatti anche la scultura dei giorni nostri utilizza molti dei loop e delle costruzioni asimmetriche a cui lei ha aperto la strada. Ultima ragione, certamente non per importanza, del suo imperituro successo risiede nell’aver contribuito a cambiare per sempre l’approccio alla pratica scultorea. L’estrema duttilità dei materiali adoperati ha permesso a Hesse di creare installazioni in bilico tra forme organiche e presenze eteree. In altre parole, opere ibride che hanno il potere di evocare un elemento e il suo contrario, caos e ordine, materiale e immateriale, tali da essere definite come “caos strutturato come non-caos”. Il suo non è più un mero oggetto industriale, ma forse un nuovo tipo di oggetto, non strutturato, che contiene al suo interno casualità e confusione. Infatti c’è da sottolineare che le opere di Hesse sono state spesso al centro di dibattiti, in quanto rappresentano una vera e propria sfida per i conservatori di opere d’arte. Del resto i materiali da lei utilizzati (eccezion fatta per la fibra di vetro) invecchiano male. La deteriorabilità le rende molto fragili, ragion per cui raramente possono essere spostate da una mostra all’altra. E qualcuno si è chiesto se fosse nelle intenzioni dell’artista che le sue opere durassero o meno. Una volta a dei collezionisti scrisse: «[…] quando la gente vuole comprarlo, penso che lo sappiano, ma voglio scrivere loro una lettera e dire che non durerà». Eppure la dedizione riservata ai materiali e al loro processo di trasformazione sembra contraddire una tale presa di posizione. Come che sia, nonostante l’inarrestabile invecchiamento del lattice, l’opera di Hesse vibra e rivive in ogni artista che da lei è stato influenzato. Per questo può essere definita a ragion veduta una delle madri della scultura contemporanea.

 

 

 

 

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