Paola Agosti/Quando la fotografia è memoria

Intervista con la fotografa italiana che in più di quarant’anni di attività professionale ha documentato le grandi conquiste del mondo femminile e le trasformazioni sociali e politiche dell’Italia e del mondo.

Com’è iniziata la sua carriera nel mondo della fotografia? E com’era allora per una donna lavorare in fotografia?

La mia carriera è iniziata in maniera molto casuale. Dopo aver frequentato il Liceo Artistico e, per poco tempo, l’Accademia di Belle Arti a Torino, città dove sono nata nel 1947, nel 1968 mi trasferii a Roma dove trovai lavoro come apprendista in uno studio di grafica. Mi misero a lavorare in camera oscura e conobbi parecchi fotografi.Tra questi, la milanese Augusta Conchiglia, che all’epoca aveva già lavorato come fotografa di scena presso il Piccolo Teatro di Milano. Così decidemmo di lavorare insieme, proponendo servizi fotografici nei vari teatri romani. Ottenemmo una collaborazione con il Sistina e così cominciai. Erano gli anni Settanta e mi dividevo tra il lavoro di “sopravvivenza”, di fotografa di scena appunto, e quello che mi appassionava, di fotoreporter, legato ai temi sociali, politici e di costume. All’inizio, soprattutto nell’ambito dell’attualità politica, non c’erano altre donne fotografe, ma fotografi molto agguerriti e competitivi. Questo clima alla fine mi rese un po’ insofferente a quel tipo di lavoro. In realtà per quanto mi riguarda non ho mai sentito il fatto di essere donna come limite. Tuttavia neanche lavorare tra le donne, tra le frange più combattive del movimento femminista come mi capitò qualche anno dopo è stato così facile e piacevole. I loro atteggiamenti erano piuttosto chiusi, quasi settari, a volte poco ben disposti nei confronti di chi voleva fare documentazione e informazione.

Il suo lavoro ha testimoniato cambiamenti di ampia portata, creando dei veri e propri reportage su grandi temi sociali, politici e ideologi? Come nasce, per esempio, il lavoro sul movimento femminista?

Il lavoro sul femminismo nasce da una richiesta ben precisa che avevo ricevuto dall’editore romano Savelli, il quale mi chiese di raccogliere un numero importante di fotografie sul movimento femminista per un libro che intitolai Riprendiamoci la vita. Tutto parte da questo incarico. Non ho però seguito il movimento femminista da militante, l’ho ovviamente fotografato da testimone simpatizzante. Ma spesso questo essere catalogata quale fotografa prettamente femminista non mi appartiene perché toglie, a mio avviso, una parte di valore a tutti gli altri progetti fotografici che ho realizzato. Prima di tutto per me è stato un lavoro giornalistico e di documentazione. Se ci si può trovare un pizzico di poesia e partecipazione, e ciò riesce a trasparire ed essere trasmesso, ne sono felice.

In effetti non sembra aver sentito questa corrispondenza con il movimento femminista.

No. Forse non ne sentivo la necessità. Certo, mi riconoscevo nelle lotte delle donne, che giudicavo sacrosante. Però il mio vissuto ha molto a che vedere con la mia famiglia d’origine, con le sue figure femminili, con la libertà estrema di cui ho goduto, con il fatto che le figure femminili nella mia famiglia erano rispettate quanto quelle maschili. D’altro canto, mi fa piacere che quelle foto costituiscano una documentazione di quel periodo. Invece l’aspetto che più mi colpisce oggi, è che quando queste foto vengono scelte da donne ben più giovani di me, il loro sguardo sul femminismo “d’antan” è concentrato sul particolare, su una rappresentazione più intima, più raccolta, più attenta a ciò che succedeva nei collettivi, nei consultori, nei convegni e negli incontri alla Casa delle Donne, nella redazione di Quotidiano Donna e di Effe. Mentre nel mio archivio dei circa 22 mila scatti sull’argomento, direi che più della metà rappresentano manifestazioni in piazza piene di cartelli e di striscioni. Credo che il contenuto degli striscioni, dei cartelli sia uno dei momenti più creativi di tutti i movimenti del ‘900. In questo il femminismo è stato veramente sensazionale: ciò che hanno inventato le ragazze e le donne che sono scese in piazza in quel periodo storico è unico. Quella grande creatività e speranza collettiva che hanno animato le generazioni degli anni Settanta sono state straordinarie e irripetibili. Credevamo tutti in un futuro sempre migliore.

Corteo del movimento femminista

Riprendiamoci la vita e La donna e la macchina sono appunto due dei suoi più importanti lavori sull’identità femminile. Come nascono? Cosa li accomuna o li differenzia? E soprattutto cos’è cambiato oggi rispetto a quelle spinte di cambiamento sociale e individuale?

Questi lavori nascono dalla decisione di non seguire più le tematiche legate all’attualità politica. Dovete pensare che in un’epoca analogica essere una fotoreporter d’attualità significava seguire i fatti del giorno, precipitarsi con i rulli da sviluppare in laboratorio, tornare per scegliere i provini e cercare, nell’arco di poche ore e in una città faticosissima come Roma, di far partire entro sera le foto per Milano, dove c’era il mercato editoriale che contava. C’è stato dunque un momento in cui mi sono resa conto di non essere più in grado di reggere non solo quei ritmi, ma anche la competitività che c’era con gli altri fotografi, quasi tutti uomini e anche abbastanza aggressivi, ai quali non interessava più di tanto che io fossi una giovane reporter alle prime armi. C’è stato dunque un momento in cui mi sono resa conto di non essere più in grado di reggere non solo quei ritmi, ma anche la competitività che c’era con gli altri fotografi, quasi tutti uomini e anche abbastanza aggressivi, ai quali non interessava più di tanto che io fossi una giovane reporter alle prime armi. Così, una volta presa questa decisione ho cominciato a dedicarmi a progetti diversi. Da qui la nascita di quei lavori molto legati all’universo femminile: da Firmato Donna con i ritratti di cinquantasei delle più grandi scrittrici italiane del ‘900, alla lunga collaborazione con la rivista Noi Donne.

La donna e la macchina invece è stato un progetto culminato in un libro, ispirato dal volume L’Uomo e la Macchina  di Henri Cartier-Bresson. Queste esperienze mi hanno portato a conoscere quell’Italia al femminile, fatta di donne che per prime sono entrate nelle grandi fabbriche. Ho fotografato nelle industrie del nord, prevalentemente nel nord ovest, alla Fiat, all’Olivetti, nelle aziende tessili e nei lanifici del Biellese. Però non mi sono mai sentita la fotografa che fotografa le donne. A loro è stata dedicata un’ampia parte dei lavori fotografici che ho realizzato, ma essi non seguivano un desiderio ben preciso di rappresentare l’universo femminile. Credo che le operaie che ho fotografato si erano emancipate attraverso la dimensione lavorativa. L’emanciparsi al contrario non era solamente ciò che interessava alle femministe. A loro interessava andare oltre l’emancipazione, verso la liberazione. Sicuramente c’è stato un momento all’interno del movimento femminista dei grandi cortei e manifestazioni, dove c’era anche l’UDI, l’Unione Donne Italiane, dove i movimenti delle donne lottavano per obiettivi condivisi.  Invece le lotte femministe dei nostri giorni sono molto diverse. Ci sono certamente dei punti in comune con il passato. Ma alla base ci sono comunque dei diritti che sono stati conquistati molto tempo fa, e vanno protetti e bisogna lottare per assicurarsi che mai vadano persi. Molte ragazze oggi hanno la convinzione che questi diritti siano acquisiti per sempre, e non si rendono conto che potrebbero perderli in qualunque momento. Le femministe che ho fotografato erano considerate delle pioniere nella società italiana di quegli anni.

Quanto il medium fotografico ha rappresentato o rappresenta uno strumento per eccellenza per definire una nuova centralità della donna?

Molto poco. Ha continuato a essere dominante il modello della donna oggetto, utilizzata nei media e nella pubblicità. E questo anche mi fa pensare alle foto delle femministe con i cartelli che dicevano “non siamo più le donne di Carosello, vestiti e profumi e niente nel cervello”. Mi viene in mente un articolo del 2013 dell’allora presidente della Camera Laura Boldrini: “Delle donne mi piacerebbe fosse tutelata l’immagine. L’utilizzo attuale del corpo delle donne nella comunicazione non ha eguali nel mondo. Dai vestiti, allo yogurt, alle auto, tutto in Italia è venduto sfruttando l’immagine femminile. Un’immagine che non ci rappresenta. Siamo ridotte a corpi, non a persone che lavorano o pensano. Credo che questo sia un danno per il paese”. Condivido questo pensiero e spero sempre che qualcosa cambi. Ma sono passati quasi più di quarant’anni da quando le femministe gridavano i loro slogan al riguardo, ma niente sembra mutare.

Questo perché?

Perché l’immagine di quel tipo di donna in qualche modo vende di più. Mi ricordo ai tempi le copertine di riviste come l’Espresso. Nonostante i contenuti fossero ben più nobili, l’immagine della donna era per me egualmente mortificata. Quando chiesi alla mia amica foto editor “Perché sempre queste copertine?”, rispose “Perché fanno vendere di più”. È il capitalismo, bellezza!

Nel suo percorso artistico ha documentato tuttavia un modello se vogliamo “più femminile” di donna, raccontandoci una realtà diversa ma altrettanto rilevante. Ce ne parla?

Attraverso la bellissima esperienza che feci per quasi vent’anni con Noi Donne, giornale dell’UDI, entrai in contatto con una certa Italia femminile non così dichiaratamente femminista. Infatti era fatta di donne che avevano fatto la Resistenza, che avevano lavorato nei campi, che avevano vissuto la grande emigrazione verso il Nord. Una realtà forte, donne straordinarie che forse non esistono più, ma che hanno lasciato un ricordo indelebile nella mia memoria.

Donna calabrese con marito langarolo alla finestra della loro casa in alta Langa, febbraio 1985.

Successivamente la sua riflessione iconografica si è concentrata sulla rappresentazione di una certa memoria storica. Come è avvenuto questo passaggio? E con che tipo di realtà è entrata in contatto?

Direi che la lettura de Il mondo dei vinti di Nuto Revelli è stata in un certo senso una svolta professionale. Sono rimasta infatti fulminata dalla lettura di quel libro e quindi ho deciso che avrei ripercorso lo stesso itinerario che aveva fatto l’autore. Feci così tra l’autunno del 77 e il 78 sei viaggi nella parte povera della provincia di Cuneo e portai a casa quattromila scatti da cui nacquero nel tempo vari libri Immagine del mondo dei vinti, I testimoni, Il destino era già li. Però prima di iniziare Il mondo dei vinti in realtà avevo avuto anche delle occasioni molto belle e interessanti di viaggi all’estero, soprattutto in America latina. Questa esperienza mi portò nel 1970, tra l’altro nel Cile di Allende, grazie anche all’incontro con il giornalista Saverio Tutino che era stato corrispondente da l’Avana per sette anni e conosceva molto bene la realtà dell’America latina. Feci questi primi due viaggi con lui e poi sempre insieme a Tutino feci altri viaggi in Somalia e in Mozambico, in Portogallo e in Spagna. Mentre nell’83 con un’amica fotografa Margaret Courtney-Clarke feci un lungo viaggio in Sud Africa, nel Sud Africa dell’apartheid che fu molto interessante, ma anche terribile per quello che vidi. Perciò posso dire di avere fatto anche del reportage fuori dall’ambito italiano. Invece la scelta di fotografare le comunità piemontesi in Argentina nasce tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio degli anni Novanta quando si tiene la mostra su Il mondo dei vinti a Buenos Aires e scopro che molti argentini sono di origine piemontese. Da lì l’idea di lavorare sul tema delle migrazioni, un tema del tutto diverso dalle migrazioni che possiamo immaginare oggi. Era una migrazione infatti avvenuta tra la fine dell’Ottocento e la prima metà del Novecento. Inizialmente indagai sulla comunità di Buenos Aires. Poi andai nella cosiddetta pampa gringa, il triangolo tra Rosario, Cordoba e Santa Fè, dove ci sono dei paesi che si chiamano Cavour, Silvio Pellico, Nueva Torino, Piamonte, ecc. Erano delle comunità dove parlavano lo spagnolo con l’accento piemontese! E inoltre tra loro il piemontese era la lingua di scambio. Era dunque ancora fortissimo il legame con il luogo di origine. Questo è il tema che accomuna le migrazioni avvenute in quell’epoca, persone che sanno che non torneranno indietro e non hanno i mezzi tecnologici di oggi per comunicare con chi è rimasto in patria. Da qui nasce  quel forte sentimento di nostalgia, così insito negli argentini stessi.

Nel suo lavoro ritorna sempre il tema del passato, della memoria.

Sì, anche se mi considero una donna del mio tempo, attenta al presente, mi piace però molto guardare al passato, ma non lo rimpiango. Mi piace valorizzarlo, farlo rivivere.

Quanto la sua opera può essere considerata autobiografica? E ci sono stati dei fotografi/e che l’hanno influenzata?

Credo che ogni fotografo attraverso le foto che realizza in qualche modo scriva la propria autobiografia. È la sensazione che ho quando riguardo le mie foto. I temi di cui mi sono occupata negli anni Settanta, il movimento delle donne, le lotte operaie, i grandi cambiamenti sociali, i movimenti di liberazione nel Terzo Mondo, la fine dei fascismi nel Primo Mondo, sono temi che appartengono tutti agli ideali che hanno animato la mia generazione. E di conseguenza fanno parte della mia autobiografia.

Tra i fotografi che mi hanno influenzata ci sono grandi maestri che ho amato e ai quali mi sono ispirata. Per esempio, quando ho cominciato a fotografare Il mondo dei vinti conoscevo bene i fotografi americani della Farm Security Administration. In modo particolare Walker Evans, che rimane uno dei miei miti e, naturalmente, Dorotea Lange. Tra i fotografi europei mi piace moltissimo anche August Sander. Ma soprattutto ho avuto degli innamoramenti per dei fotografi latino americani. Tra questi c’è Martin Chambi, un fotografo peruviano attivo nella prima metà del ‘900 che lavorò credo esclusivamente a Cuzco, non lontano dal Machu Picchu e ritrasse questa società chiusa tra le montagne. Più contemporaneo, anche se ormai scomparso è il cileno Sergio Larrain con il suo Valparaiso, un libro meraviglioso. Naturalmente mi sono molto interessata alle donne fotografe. Infatti agli inizi degli anni Ottanta con un’altra fotografa avevamo progettato una ricerca che doveva essere oggetto di una mostra, sulle pioniere della fotografia, dalle americane, alle inglesi, alle tedesche. In quel frangente scoprii una messicana che si chiama Mariana Yampolsky, davvero una rivelazione. E conobbi il lavoro meraviglioso di Graciela Iturbide. Invece tra le nord americane ho molto amato il lavoro di Eve Arnold, di Helen Levitt, di Inge Morath. Me ne verrebbero in mente tante tante altre..

Cosa ne pensa delle nuove tecnologie impiegate in fotografia? In particolare questi nuovi strumenti sembrano aver allargato i confini del linguaggio fotografico. Crede per esempio che le donne (o l’individuo in generale), usufruendo di queste innovative forme di espressione, acquistino il potere di ricreare la propria immagine con uno sguardo semanticamente più libero, riappropriandosi della propria identità iconografica (come con la pratica dei selfie)?

Per quanto mi riguarda il rapporto con le nuove tecnologie, lo definirei disastroso. Anche se, devo ammettere, che quest’anno mi è capitato di usare la macchina digitale per fare un lavoro che mi era stato commissionato. E ho usato la digitale e ho scoperto che è comodissima. Quindi c’è stato un avvicinamento, ma non il salto totale. È un linguaggio che fatico a rendere mio. Del resto ho già detto che considero prima di tutto la fotografia come memoria, testimonianza di un tempo passato. E spesso l’artificio, che il mezzo digitale ti consente, sovrapponendosi alla memoria, può alterarne il rapporto. Mi piace continuare a guardare i provini, le stampe, tutto ciò che sia cartaceo. Perciò non mi sento particolarmente attratta da questi nuovi linguaggi. Inoltre credo che la cosiddetta pratica dei selfie sia solo una forma esasperata di narcisismo che caratterizza il periodo in cui viviamo. Quando ho cominciato a fare questo mestiere non si chiamavano selfie, bensì autoritratti. Però ripeto consideratemi proprio fuori da tutto questo. Difatti quando faccio degli incontri con il pubblico, titolo sempre queste conversazioni “una fotografa analogica si racconta”. Del resto il mio archivio è tutto analogico. Non voglio assolutamente difendere questo modo di fare e archiviare foto, e ho totale rispetto per i fotografi “digitali”, tuttavia appartengo a un’altra epoca e anche per i miei limiti sono rimasta una “fotografa analogica”.

È appurato che spesso le convenzioni istituzionali hanno dato poca visibilità a una grande quantità di artiste, fotografe e non, che al contrario hanno contribuito considerevolmente ai movimenti artistici. Dunque secondo lei perché c’è stata (o c’è) questa restrizione pregiudizievole ad accettare la presenza di grandi donne artiste?

È una domanda a cui trovo difficile rispondere. Sinceramente non vedo particolare differenza tra occhio femminile e maschile. È una domanda che mi viene posta da circa cinquant’anni e alla quale io non so francamente rispondere. Io non vorrei che le mie foto venissero esposte, o comunque valorizzate e apprezzate solo perché sono una donna. Mi piacerebbe che venissero valutate per quello che valgono, o non valgono. Ecco, mi ricordo che quando mettevo insieme il materiale per la mostra (che poi purtroppo non venne realizzata) sulle pioniere della fotografia, proprio Eve Arnold, uno dei miei miti, mi scrisse che non aveva alcun interesse a partecipare a questa esposizione di donne fotografe perché lei si considerava un fotografo e basta. Anche se allora quella risposta mi aveva lasciata perplessa, mi aveva indubbiamente fatto riflettere… e sto riflettendo ancora!

Ripercorrendo la sua lunga carriera, c’è stato un momento chiave, un “perché no?” assertivo che ha seguito istintivamente per perseguire i suoi obiettivi? O che magari avrebbe voluto seguire?

Credo che quando sei molto giovane hai insito in te una spinta, un desiderio di rottura, di ribellione. Oggi, quando mi guardo indietro, non penso di essere stata una ribelle. Però probabilmente in qualche modo lo sono stata, nonostante non mi sia mai ribellata ai genitori anche perché loro mi hanno sempre sostenuta nelle scelte fatte, soprattutto nella scelta di un mestiere così diverso in una famiglia dove tutti erano intellettuali. Diciamo che la rottura, la ribellione facevano parte dello spirito del tempo. In questo c’era anche un po’ di conformismo. Nel mio mestiere non ho mai sentito il fatto di essere donna come limite. Verso la fine degli anni Settanta, dopo anni di instancabile “gavetta”, quando ogni giorno fotografavo l’attualità politica, sindacale, economica a Roma, ho sentito che se avessi continuato a stare in quel giro convulso alla fine non avrei fatto niente di interessante. Non mi sarei evoluta nella professione. Ad un certo momento della mia vita ho realizzato che dovevo dire basta a quella dimensione e dopo aver preso questa decisione ho lasciato il mestiere che mi dava da vivere. Grazie al Mondo dei vinti mi sono appassionata al reportage etnografico. Ed è proprio lì che ho potuto esprimere meglio me stessa, al di là di mode e condizionamenti, testimoniando quello che mi è sempre interessato di più: consegnare la memoria attraverso le immagini. A tutto ciò voglio ancora aggiungere poche parole riguardo la lunga serie di ritratti ad uomini e donne che hanno attraversato il Ventesimo secolo: famosi scrittori, musicisti, scienziati, storici, filosofi, pittori, poeti. Ritratti che ho realizzato a partire dagli anni Ottanta (molti dei quali con l’amica fotografa Giovanna Borgese), poi confluiti in vari libri pubblicati alla fine del secolo scorso, tra cui mi piace ricordare Mi pare un secolo, edito da Einaudi nel 1992. E chi vuole saperne di più, può visitare il mio sito www.paolaagosti.com.

 

Paola Agosti

Biografia Paola Agosti: nata a Torino nel 1947, fotografa indipendente dal 1969, nella sua carriera si è occupata con grande attenzione delle vicende del mondo femminile, dedicando a questa tematica vari libri, tra cui: “Riprendiamoci la vita” (1977) sugli anni “caldi” del femminismo, e “La donna e la macchina” (1983) sul lavoro femminile nelle fabbriche dell’Italia settentrionale. Ha documentato la fine della civiltà contadina del Piemonte più povero in “Immagine del mondo dei vinti” (1983) e le vicende dell’emigrazione piemontese in Argentina in “Dal Piemonte al Rio della Plata” e in “El paraiso: entrada provisoria” (1988). Ha inoltre fotografato con Giovanna Borgese i grandi protagonisti della cultura europea del ‘900 in “Mi pare un secolo” (1992). Le sue immagini (alcune delle quali fanno parte delle collezioni permanenti di vari musei) sono state esposte in Italia e all’estero.

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