Who’s next?… Maria Blanchard

a cura di Valentina Biondini, appassionata di arte e letteratura

Donna con ventaglio

Il mio nome è María Gutiérrez-Cueto y Blanchard, ma potete chiamarmi semplicemente Maria Blanchard e, sebbene per i più sia una misconosciuta, grazie al mio talento sono stata una delle protagoniste delle avanguardie.

Sono nata il 6 marzo 1881 a Santander, nel nord della Spagna e la mia è stata un’infanzia dolorosa, nel corpo e nello spirito. Infatti sono venuta al mondo con una malformazione della spina dorsale che mi ha costretto sin da bambina a camminare con un bastone, cosa che fra i miei compagni di scuola mi è valso il soprannome poco lusinghiero di bruja, cioè strega.

 

Natura morta

Ostinata e testarda com’ero non mi sono fatta abbattere dal bullismo (oggi lo chiamate così, non è vero?) dei miei coetanei e ho cercato un modo di sfogare l’angoscia e sublimare il dolore che provavo. Incoraggiata da mio padre, Enrique Gutiérrez Cueto, giornalista e uomo di lettere, mi sono avvicinata dapprima al disegno e poi alla pittura. Nel 1903, a poco più di vent’anni sono entrata alla Real Academia de Bellas Artes de San Fernando dove ho studiato sotto la guida di Manuel Benedito e di Emilio Sala che mi ha insegnato la precisione e quell’esuberante uso del colore che tuttora, a detta di molti, costituiscono gli elementi caratterizzanti delle mie prime composizioni. Proprio per via del mio uso dei toni del verde, del nero e del marrone, molti storici dell’arte hanno rintracciato un forte carattere ispanico nelle mie opere.

Natura morta

Nel 1908, grazie a una borsa di studio assegnatami dal Comune di Santander, (il mio povero padre nel frattempo era morto e non poteva più sovvenzionarmi) ho potuto continuare la mia istruzione artistica presso l’Academie Vitti di Parigi, sotto gli insegnamenti di Kees van Dongen. Quel primo periodo parigino è stato per me una vera fucina di esperienze che mi hanno segnato per sempre. Dal punto di vista artistico mi avvicinai al cubismo. Inoltre entrai a far parte della “Section d’Or”, un’associazione di pittori e critici d’arte che si identificavano nell’orfismo, un ramo del cubismo. Dal punto di vista umano, invece, ho avuto la possibilità di frequentare alcune delle menti più straordinarie dell’epoca, come Jacques Lipchitz, André Lothe, ma soprattutto Diego Rivera di cui m’innamorai, pur senza mai dichiararmi e, non ultimo, Juan Gris.

Donna con chitarra

Nel 1914, allo scoppio della prima guerra mondiale, lasciai Parigi per fare ritorno nella più appartata Madrid, a casa di mia madre, dove allestii uno studio che condivisi con alcuni degli artisti che avevo conosciuto in Francia. A questo periodo appartengono alcuni miei dipinti, come “Donna con ventaglio” (1916), “Natura morta” (1917) e “Donna con chitarra” (1917), che ben rappresentano il mio intenso studio dell’anatomia delle cose e il peso del colore nella mia pitturaNel 1918, al termine della guerra, dopo una deludente esperienza da insegnante d’arte in una scuola di Salamanca, me ne tornai a Parigi per non andarmene mai più. Decisi di buttare il cognome Gutiérrez nella Senna e divenni una volta per tutte solo e soltanto Marie Blanchard.

Il comunicante

All’inizio degli anni ’20 raggiunsi l’apice della mia carriera: ho avuto infatti l’onore di esporre a una serie di mostre presso la galleria L’Effort Moderne e al Salon des Indépendants, dove la mia opera “Figure ou Intérieur”, conosciuta in italiano come “Il comunicante”, ha riscosso un grande successo di critica. Mentre nel 1921 ho esposto il mio lavoro alla Society of Independent Artists a New York. Stando al parere dei critici il mio secondo periodo parigino coincise con una sorta di “ritorno all’ordine”. Non so dire se ciò corrisponda alla realtà. Per me le opere di un artista non sono altro che la somma delle esperienze accumulate nel corso degli anni. E sì in effetti il cubismo, che pure era stato così importante per me, mi era diventato troppo stretto. Tornare allo stile figurativo è stato perciò un passaggio naturale, così come riavvicinarmi al costruttivismo di Cézanne. Sentivo, infatti, che uno stile più figurativo, tradizionale e con forti contrasti tra i colori brillanti e i temi malinconici ritratti era quello più vicino alla mia personalità.

Il pranzo firmato

Tuttavia il mio successo si rivelò effimero e benché il mio nome fosse ormai noto nel mondo dell’arte, alla fama non si accompagnarono i guadagni sperati, anche a causa della crisi economica che imperversava in tutta Europa. Finanziariamente cominciai a dipendere da amici e mecenati. Frank Flausch in particolare fu il mio più grande finanziatore, fino alla sua morte, avvenuta nel 1926. Ma non sono stati di certo i problemi economici e le privazioni materiali ad abbattere il mio spirito, bensì la morte prematura, a soli quarant’anni, del mio fraterno amico e compagno di lavoro Juan Gris. Se si potessero paragonare i sentimenti umani agli elementi della natura, direi che ciò che avevo provato per Diego Rivera era fuoco, le cui fiamme divampano alte nel cielo, ma che in breve tempo riducono tutto in cenere. Mentre Juan Gris era stato per me come la luce che illumina il giorno, con la sua morte dunque ero piombata nel buio più fitto. Fu allora che mi riavvicinai alla religione, perché mi sembrava una fiaccola capace di dissipare le tenebre, e per un po’ pensai addirittura di farmi monaca e di chiudermi in convento.

Maria Blanchard

Nel frattempo però mia sorella Carmen decise di venire a vivere con me a Parigi portando con sé i suoi figli. La sua vicinanza e quella dei miei nipoti ebbero l’effetto di alleviare la mia tristezza, tanto che ripresi a dipingere. Tuttavia la serenità e il fervore artistico riconquistati non si sono mai accompagnati a una crescita nei guadagni. Al contrario le mie finanze languivano ulteriormente sotto la pressione di altre bocche da sfamare oltre la mia. E come se non bastasse la tubercolosi, che da molto tempo mi affliggeva, si riacutizzò, facendomi allontanare per sempre dall’arte e conducendomi alla morte il 5 aprile 1932, ad appena 51 anni. La mia esistenza non è stata avara di dolori, ve lo concedo. Eppure se un insegnamento posso trarne, e trasmetterlo a voi che leggete, è che niente come l’Arte mi ha fatto sentire viva. Sofferente, ma pulsante di vita.