Who’s next?… Elvira Notari

Scritto da Valentina Biondini, appassionata di letteratura

Nella seconda puntata della rubrica “Who’s Next?”, focalizzeremo l’obiettivo della nostra immaginaria macchina da presa su una donna italiana, che, nei primi due decenni del secolo scorso, si è mossa con successo nei settori della sceneggiatura e della regia. Questa donna prende il nome di Elvira Notari ed è passata alla storia come la prima regista cinematografica italiana e una delle prime nel mondo (assieme a Alice Guy-Blaché, regista e produttrice cinematografica francese).

Elvira nasce a Salerno nel 1875, si diploma alla Scuola Normale (le future scuole magistrali) e, dopo essersi trasferita a Napoli con la famiglia, inizia a lavorare come modista. Nella città partenopea conosce Nicola Notari, ex pittore specializzatosi nella coloritura di pellicole fotografiche, che nel 1902 diventa suo marito. La coppia dà alla luce tre figli e… una casa di produzione cinematografica! Si tratta della Dora Film con sede nella città di Napoli, cuore pulsante dell’attività imprenditoriale della famiglia Notari.

È un’epoca in cui l’industria cinematografica muove i suoi primi passi. Anziché di industria, però, è più appropriato parlare di cinema artigianale, sia per le tecniche utilizzate (i fotogrammi venivano spesso colorati a mano uno per uno), sia per il modo di raccontare e di recitare (le grandi scuole di arte drammatica non sono ancora state fondate, si procede perciò per esperimenti e tentativi). Ça va sans dire si tratta di cinema muto.

Tuttavia, proprio in questa fase pioneristica, l’elemento femminile ha un peso notevole, e non solo tra le addette alla coloritura delle pellicole e al montaggio, attività considerate adatte alle donne poiché simili, nella manualità, al cucito. Si annoverano, infatti, numerose donne attrici, ma anche registe, produttrici e direttrici di scuole di recitazione.

A partire dal 1914, Elvira inizia a curare personalmente tutto il ciclo creativo delle produzioni targate Dora Film, lasciando al marito Nicola la parte tecnica. Comincia a scrivere, dirigere e promuovere tutte le loro pellicole, adottando sistemi che ricordano da vicino quelli del marketing dei giorni nostri. Per quanto riguarda quest’ultimo aspetto, infatti, Elvira si assicura i diritti delle migliori canzoni del Festival di Piedigrotta e le fa cantare dal vivo durante le proiezioni, dipinge le locandine e concede interviste ai giornali. In altre parole svolge delle attività non ancora canoniche, ma che sarebbero diventate fondamentali nell’industria cinematografica. 

Le sue opere sono catalogabili come romanzi popolari: ritraggono con crudo realismo la realtà dei bassifondi napoletani, la vita degli scugnizzi e dei diseredati. Numerose sono pure le figure femminili, donne mai passive, anzi quasi fatali, che tentano di uscire dallo spazio a loro tradizionalmente attribuito, quello domestico. Sognano una vita diversa, benché spesso non riescano del tutto a realizzarla. Una delle sue attrici-feticcio è Rossella Angioni, in arte Rose Angiò, dotata di particolare bellezza e sensualità naturale, che nella vita reale è l’insegnante di suo figlio Edoardo, anch’egli assoldato come primo attore nelle sceneggiature della Dora. Insomma, le sue storie sono intrise di amore, sensualità e desiderio. Mentre i suoi personaggi incarnano l’anima passionale e contraddittoria di Napoli, aperta senza mezze misure alla vita, quindi parimenti alle sue gioie e ai suoi drammi.

Elvira apre persino una scuola di recitazione che nel 1920 viene premiata al Concorso di arte muta di Milano. Sul set è determinata, caparbia, tutt’altro che remissiva, tanto da guadagnarsi il soprannome di “la Marescialla”. Dai suoi attori, per lo più non professionisti e gente di strada, pretende emozioni vere e per tirarle fuori sa anche essere crudele. Si narra che a un giovane attore rimasto orfano, la Notari parlasse del padre pur di farlo piangere.

Uno stile di recitazione naturalistico quello preteso dalla Notari, precorritore del Neorealismo, simile a quello adottato in opere successive e di enorme successo come “Ladri di biciclette” (1946) di Vittorio De Sica. Una pratica che si scontra, però, con la nascente censura fascista che di emarginati, pazzi e altri relitti umani, non vuol sentire parlare.

Le opere della Notari trovano, invece, una più calorosa accoglienza oltre oceano, nella comunità di immigrati italoamericani che almeno per la durata dei film si sentono trasportati di nuovo a casa. La fortuna è tale che, negli anni venti, la Dora Film apre una sede a New York, la “Gennariello Film”, nel quartiere di Manhattan.

Della vasta produzione della Notari – si contano circa cento cortometraggi e circa sessanta tra film e lungometraggi – oggi ci restano soltanto tre film: È piccerella (1922), ‘A santanotte (1922), Fantasia ‘e surdate (1927), conservati nella Cineteca Nazionale di Roma. Tra gli altri è andato perduto anche “La cattura del pazzo di Bagnoli” (1912), una pietra miliare nel settore cinematografico italiano in quanto si tratta del primo docu-film di cui si ha memoria. Elvira e Nicola, infatti, registrano le diverse fasi dell’arresto di Ciro Esposito, colpevole di reati contro l’ordine pubblico, fino al suo ingresso nel manicomio di Capodichino. Oltre ad essere uno dei primi e più interessanti esperimenti di “cinema giornale”, il filmato mostra il divario tra il cinema popolare che si va formando a Napoli e quello della sua unica concorrente italiana dell’epoca, Torino, incentrato sui kolossal e rivolto al florido mercato statunitense (Roma non si piazzerà fra le grandi capitali del cinema europeo fino all’avvento del Fascismo).

Nel 1930, dopo circa due decenni di onorata attività, la Dora Film si trova però costretta a chiudere i battenti. Da un lato, le ingerenze delle autorità fasciste si fanno sempre più frequenti e invasive (si arrogano il diritto di lettura preventiva delle sceneggiature, tagliano le scene considerate “scandalose” e impongono le didascalie in italiano). Il regime, consapevole di quanto il cinema possa avere un ruolo centrale nel plasmare la società italiana, non tollera di far vedere allo spettatore pazzie, suicidi e famiglie destrutturate. Così molti film della Notari vengono bollati come “antinazionali”, a beneficio delle ben più solenni e celebrative opere cinematografiche del Nord. Dall’altro lato, la Dora Film deve arrendersi al sonoro, che avanza ormai inesorabile, e a un nuovo modo di fare cinema, non più artigianale ma industriale e che vedrà, tra le altre cose, la graduale uscita di scena delle donne dai settori legati alla produzione.

Una marginalizzazione quella delle donne che perdura ancora oggi se si pensa a quanto sia poco frequente trovare nei titoli di coda, persino dell’ultimo film uscito al cinema, un nome femminile accanto alle voci “regista” o “sceneggiatura di”.

 

 

 

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