Roberto Ghezzi/Il racconto artistico della natura

a cura di Romina Ciulli e Carole Dazzi

Installazione ambientale in Islanda

La ricerca artistica di Roberto Ghezzi si basa su un interesse costante per il paesaggio naturale e scaturisce dall’esigenza di instaurare un rapporto più profondo con esso, che non sia solo rappresentazione, ma soprattutto partecipazione. Le sue sperimentazioni, infatti, avvengono direttamente all’interno di spazi naturali preventivamente scelti, e si compongono di opere concettuali innovative, sviluppate attraverso un approccio umanistico-scientifico. Un processo metodologico bivalente, nel quale l’estetica dell’arte si intreccia con la dimensione creativa della natura stessa. Nasce così il suo ciclo di creazioni definite con il termine Naturografie, ovvero installazioni che prendono forma grazie al contatto diretto con differenti contesti paesaggistici, dove è proprio la natura ad assumere il ruolo di artefice dell’opera d’arte.

In questi lavori, tanti sono i concetti che vengono esplorati: dalla trasformazione, al tempo, dalle tematiche naturalistiche, ai cambiamenti climatici. Aspetti che ritroviamo in progetti come Greenland Blurring (2025), Χρόνος (2025), The Mountain’s Eyes (2025), o Iceland Still (2024). Parliamone con l’artista.

Naturografia di terra – Appennino Toscano

Le tue Naturografie derivano da un processo ben definito, che parte dalla scelta dell’ambiente e dei supporti da utilizzare, passa per l’analisi dei processi naturali e per la definizione del tempo da impiegare, fino ad arrivare alla comprensione del momento in cui il risultato può definirsi compiuto. Puoi spiegarci come nasce e si sviluppa questa pratica performativa?

Le prime naturografie, circa 15-20 anni fa, erano semplici esperimenti in cui tutto, a parte la volontà che ha dato origine all’idea, e quindi quella di porsi, come artista, in dialogo con l’azione diretta del paesaggio, era lasciato al caso e all’ improvvisazione. Poi, come in ogni cosa, tutto si è perfezionato, sia concettualmente che a livello “operativo”. Oggi un progetto per la creazione di naturografie prevede diverse modalità di azione, diversi materiali, tempistiche dilatate, finalità e collaborazioni specifiche e molto altro.

Naturografie di acqua e di terra – La memoria dell’acqua

In queste opere, in cui la mano dell’artista sembra consapevolmente eclissarsi dall’iter creativo, la natura diventa il soggetto/oggetto della sua stessa rappresentazione. Il divenire dell’opera diventa, dunque, l’opera in sé, attraverso un racconto estetico di auto-definizione continua. Quanto il tuo apporto e quanto quello della natura influiscono sulla realizzazione del tuo lavoro?

Entrambe sono reciprocamente necessari: l’artista innesca, sceglie, controlla, preleva, e fa in modo che tutto avvenga. La Natura, semplicemente, avviene. Si presenta. Compare. C’è in questo un equilibrio delicato, come tra origine e artificio.

Greenland Blurring, cianotipia del ghiaccio in fusione

Nella mostra Greenland Blurring. Art, Science and Climate Change in The Polar Land (2025), tenutasi a Copenaghen, il ghiaccio è il protagonista di un’analisi scientifica che restituisce una narrazione romantica e metaforica del paesaggio rappresentato. Puoi raccontarci questo progetto e quali tecniche hai utilizzato per realizzarlo?

All’interno della mostra che ho portato all’IICC erano esposte le opere realizzate nell’ambito del progetto The Greenland Project, delle cianotipie del ghiaccio in fusione. In questa spedizione del 2022 ho realizzato, in collaborazione con il CNR ISP, alcune opere attraverso la fusione del ghiaccio degli icebergs, lavorando in aree interessate da un’alga rossa che cresce proprio in zone dove la fusione della calotta è particolarmente intensa.

Iceland Still – I deserti neri, lunga esposizione

Spesso le tue opere sono il frutto di una collaborazione con scienziati o esperti scientifici. Come per il progetto Iceland Still (2024), realizzato in Islanda con la collaborazione di alcuni fisici quantistici. Quale ruolo ha la scienza nella definizione dei tuoi progetti?

Si, quello realizzato in Islanda quest’anno è stato un progetto dedicato al tempo. Le mie opere, essendo quasi sempre espressione di qualche aspetto di un ambiente naturale, sia che interagiscano con la luce che con la materia di un determinato luogo, possono facilmente divenire matrici che raccolgono dati su un ecosistema, sia riguardo la vita, l’inquinamento, o ad altri aspetti molto interessanti per la scienza. Si è creato nel tempo un circolo virtuoso, che favorisce la ricerca artistica e stimola magari quella scientifica, e soprattutto confluisce nella divulgazione.

Aquae – Naturografie

Nelle tue installazioni utilizzi supporti diversi: dalle tele di lino, organza o cotone, alla tecnica fotografica della cianotipia, alle telecamere. Così come differenti sono i site specific individuati per le tue ricerche: Alaska, Islanda, Macedonia, ecc. Puoi spiegarci in base a quali criteri effettui queste scelte?

I materiali vengono scelti in base ai luoghi e alle situazioni specifiche con le quali dovrò trovarmi a interagire, cercando tuttavia di variare spesso, per sperimentazione e adattamento, pur mantenendo una forte coerenza concettuale del mio lavoro.

Naturografia di bosco

Quello che a conclusione emerge dai tuoi lavori sembra essere un autoritratto del paesaggio, in cui i processi naturali si stratificano in una narrazione che si evolve continuamente. Quando arrivi a definire la fine di un’opera, e in che modo scegli la sua modalità di fruizione?

L’opera è pronta (non la chiamerei fine..) quando tra ambiente e materiale si è raggiunto un equilibro tale per cui entrambe sono ancora presenti ma in qualche modo armonicamente fusi. Un passo prima c’è troppo artificio, un passo dopo ci sarebbe troppa natura col rischio di perdere tutto.

Naturografia spazio tempo

Nel tuo percorso artistico il tema della trasformazione e, di conseguenza, del tempo, assume un aspetto importante. Pensiamo ad esempio all’esposizione Χρόνος (2025). I tuoi lavori, infatti, dimostrano che tutto è transitorio, tutto è in continuo cambiamento, sia nella vita/natura, sia nell’arte. Quanta parte la dinamica temporale ha nella tua ricerca?

Il tempo, insieme alla performance ambientale, è l’altro elemento che non ho mai abbandonato nei miei lavori, tanto che potrei definirli “natura nel tempo” o “paesaggio nel tempo”. Quindi ha una parte fondamentale e imprescindibile, tanto quanto quella della delega all’ambiente.

Greenland Blurring

La tua prima formazione artistica è legata alla rappresentazione pittorica del paesaggio. Successivamente il tuo ruolo è diventato più concettuale, con l’abbandono delle tecniche pittoriche classiche, a vantaggio di una nuova espressione artistica, ricca di valenze etiche e interpretative. Quanto ancora credi che un’opera d’arte possa essere sperimentata per affrontare dinamiche contemporanee?

Credo che la sperimentazione continua e quotidiana sia l’essenza stessa della buona ricerca artistica come della buona scienza, oggi come ieri e sempre.

Anapurna – The Mountain’s Eyes

Nel tuo recente progetto The Mountain’s Eyes (2025) hai deciso di condurre una ricerca sulle montagne dell’Himalaya. Qui ti sei avvalso della tecnica della fotografia stenopeica per catturare la luce che illumina le montagne, e che sembra restituire un’immagine di ciò che esse vedono. Puoi raccontarci in che modo hai sviluppato questo lavoro e che cosa ne è scaturito?

Ho utilizzato delle lattine abbandonate trovate lungo il percorso che mi avrebbe portato al campo base dell’Himalaya per cercare di dare luce agli occhi delle montagne. In qualche modo, anche in questo caso, io non ho fatto altro che catturare qualcosa che già c’era, fatto dalla luce e dalla montagna, con i suoi riflessi e anfratti. Le immagini che questo ha prodotto raccontano molto dei tempi lunghi, della sintesi, e di come le montagne non ci vedano affatto.. perché.. forse perché andiamo troppo di fretta.

Iceland Still

Ci sono degli artisti che hanno influenzato il tuo lavoro o che continuano a ispirarlo?

Beh molti, difficile citarli tutti. Potrei averne uno per ogni periodo storico, e uno per ogni periodo della mia vita e della mia ricerca, da Leonardo a Friedrich, da Signorini a Rothko, e poi Long, Burri, Kiefer, Penone e mille altri più o meno celebri.

Anapurna – The Mountain’s Eyes

Puoi parlarci dei tuoi progetti futuri?

Ho nel cassetto un paio di sogni, in luoghi remoti, che però meglio non svelare, che poi non si avverano più. Meno lontani, inauguro a breve una personale al Castello dei Conti Guidi di Poppi ( il 13 dicembre 2025), mentre per il 2026-27 un progetto per e con il MAG (Museo Alto Garda) e poi tanti in attesa di concretizzarsi, tra Torino e il Canada.